Io odio Odilo – Prima Parte

Io odio Odilo – Prima Parte

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odilo campagna

Mi chiamo Zbigniew Zajdel e da circa settanta anni odio il Brigadefuhrer delle SS Odilo Globocnik.

Il mio odio nei confronti di questa specie di persona iniziò il 5 aprile 1941.

Sicuramente il termine persona non gli si addice così come non è paragonabile un tronco di mogano con uno di pioppo, buono per fabbricare i fiammiferi e non certo per arredare casa. Ecco, io faccio il falegname da una sessantina di anni e vivo, male, nel villaggio in cui sono nato il 12 novembre 1930: Sochy.

Quel pioppo di Odilo divenne comandante della SS e della polizia del distretto di Lublino quel lontano 5 aprile. Il mio villaggio, all’epoca, era all’interno della regione di Zamosc, la Zamojszczyzna; a sua volta, questa regione faceva parte del distretto di Lublino.

Tuttavia, non è del tutto corretto affermare che il mio odio inizia nel 1941, dato che soltanto grazie ai libri di storia ho scoperto quella data; fino al 1° giugno 1943 posso dire che non lo odiavo consciamente, ma solo inconsciamente, senza saperlo. Ma se avessi saputo ciò che stava combinando, l’avrei odiato.

Perciò, considero il mio odio retroattivo, giuridicamente parlando.

Abitavo in una casupola alla periferia di Sochy, per quanto di periferia si possa parlare in un villaggio di centonovantasei abitanti. Tuttavia, la nostra fattoria non era nel piccolo conglomerato intorno alla chiesa, ma spostata verso est, per andare verso Bilgoraj, il capoluogo del circondario. Adoravo questa solitudine quando ero piccolo; tutti i miei amici venivano da me per giocare perché, alla sinistra della nostra stalla, c’era un grosso campo non coltivato che il nostro babbo Anatol curava mantenendo l’erba sufficientemente corta per giocare con la palla. Non credevo che in futuro avrei potuto considerare in termini negativi la posizione della nostra abitazione. Avevo un fratello. Ho un fratello: Teofil.

Lui è il motivo per cui odio Odilo.

Noi tre vivevamo con mamma Lelia e, come li chiamavo da piccolo, i ‘nonni di papà’, ovvero i genitori del mio babbo, nonno Boguslaw e nonna Tacjana. Mamma era tedesca e, solamente grazie a questo, ora sono qui a raccontare, nonostante il fatto che nonno Boguslaw fosse ebreo.

Queste non sono quisquilie.

E’ necessario chiarire la ‘particolare razza’ mia e di mio fratello: per i nazisti noi siamo, anzi, eravamo per un quarto ebrei, per un altro quarto polacchi e per metà tedeschi. Per loro eravamo due mischlingen, ‘individui di sangue misto che presentavano delle componenti razziali diverse’. Avevamo scritto sulla carta d’identità tedesca WE, ossia eravamo idonei a essere germanizzati, nonostante la regola dicesse che soltanto chi discendeva da tre nonni di sangue tedesco avrebbe dovuto essere germanizzato.

Trovo più fastidiosa la ricerca del metodo nella follia che la follia stessa.

A maggior ragione, io e mio fratello non avremmo dovuto rimanere in vita, ma quella alta percentuale di sangue tedesco, i nostri tedeschi occhi azzurri e i nostri tedeschi capelli biondi ci hanno salvato.

A proposito, leggevo l’opinione di un dottore nazista, Hans Frank, “quante volte ci capita di sorprenderci quando, vedendo una bambina bionda dagli occhi azzurri, ci accorgiamo che parla polacco; e allora mi dico: se alleviamo quella bambina come una tedesca, allora essa sarà una graziosa bambina tedesca”.

Purtroppo mio fratello Teofil non è qui a ridere con me. Potrebbe esserlo, ma non lo sa nemmeno.

Tutto ebbe inizio durante un temporale primaverile. Erano le dieci di sera del 1° giugno 1943. Mio fratello stava crollando di sonno mentre nonno e papà concludevano la loro consueta partita a carte; appoggiava la sua minuscola testolina da bambino di cinque anni sulla spalla della nonna, intenta a rammendare una consunta coperta di lana. Sembrava una sera come tante altre.

I militari tedeschi avevano iniziato la seconda fase della colonizzazione della Zamojszczyzna: era stato scelto questo territorio come ‘laboratorio di esperimenti etnici’ e, dopo aver eliminato tutti gli ebrei, ora era necessario fare altrettanto con i polacchi. Il fine nazista era quello di liberare fisicamente i territori per poi insediarvi i tedeschi dispersi in Bessarabia, in Dobrugia, in Serbia e così via. Bisognava riunire il popolo del Reich.

Insomma, ero nervoso mentre asciugavo con mamma le posate e i bicchieri della serata e preparavo il cicchetto di vodka alle erbe per i giocatori di carte.

Nel pomeriggio, in piazza, avevo visto tutti gli adulti sbraitare di rabbia a causa dei racconti inimmaginabili che arrivavano dai villaggi vicini. Mi ricordo che sentii qualcuno dichiarare che si sarebbe suicidato all’arrivo dei tedeschi, altri sperare in una morte veloce, altri ancora che cercavano di organizzare un contrattacco. L’indomani mattina tutti gli uomini del paese si sarebbero dovuti trovare al municipio per quest’ultima ragione. I tedeschi sarebbero dovuti arrivare il mattino del 3 giugno, secondo qualche talpa misteriosa all’interno delle SS.

Io fremevo dalla voglia di andare in municipio e, a tavola quella sera, litigai furiosamente con il babbo. Procedevo verso i tredici anni e mi consideravo già un uomo, ma ancora non lo ero affatto e lo scoprii quella sera. E non lo ero non solo perché l’odore di quella maledetta vodka mi dava il voltastomaco; nonno soleva dirmi che un vero uomo beve due bicchieri di vodka al giorno, entrambi quando il sole tramonta e il lavoro è lontano il sole successivo. Credo fosse un vecchio detto askenazita.

Verso le dieci, improvvisamente, nonno posò le carte sul tavolo. Il suo sguardo era ghiacciato: l’odore acre di bruciato lo fece sgattaiolare velocemente verso la finestra. Si affacciò e blaterò qualcosa in yiddish, reminescenza della sua adolescenza nel ghetto di Lublino. Zwierzyniec, il villaggio vicino solo qualche chilometro, stava bruciando.

Appoggiò le mani sul davanzale ed iniziò a chiamare a voce alta ma rauca il vicino Zygmunt Smolarek. Urlò a perdifiato e si fece sentire anche da Tadeusz Kozminski, proprietario della fattoria successiva, verso il centro. In una specie di telefono senza fili, mio nonno avvisò i primi due di una lunga catena. Ma questo fu un errore.

Il perfido Odilo soleva arrivare silenzioso nel centro del paese e poi sguinzagliare i suoi animali da caccia grossa nelle varie fattorie. La regola era quella di uccidere almeno un uomo per fattoria immediatamente, mentre le restanti persone andavano portate nella piazza centrale del paese.

Tuttavia, le SS trovarono tutte le abitazioni del minuscolo centro vuote. Odilo era già furente per aver dovuto sprecare una parte delle fattorie di Zwierzyniec, andate in fumo a causa della forte resistenza degli abitanti locali; ogni fattoria bruciata era una famiglia di coloni tedeschi in meno.

Si avvicinò verso la prima abitazione fuori dal centro, ovvero casa Kozminski. Noi spiavamo tutto dalle finestre. Vidi un militare nazista gridare in faccia al vecchio Tadeusz. Parlava in tedesco e, ovviamente, non riceveva risposta perchè Tadeusz non capiva, aveva ottantaquattro anni e non aveva mai parlato tedesco. Il militare, al terzo scuotere di testa del nostro vicino, gli sparò un colpo in faccia. Tra gli occhi. Sua moglie Sabina venne letteralmente presa a calci in faccia e sulla schiena ripetutamente per un paio di minuti. Venne lasciata agonizzante, mentre un bastardo le pisciava in testa. Dopodiché, un altro le sparò. Non mi dimenticherò mai nonna Tacjana ringraziare questo ultimo militare per aver posto fine alle sofferenze della sua migliore amica Sabina Kozminska.

Guidate da Odilo, la truppa si spostò velocemente verso casa Smolarek.

A casa mia, la situazione era indescrivibile: i nonni piangevano abbracciati, mentre babbo e mamma preparavano un nascondiglio con le coperte dell’armadio per me e mio fratello; mio fratello  giocava con un sacchetto di biglie senza accorgersi di nulla. Intanto Wioleta Smolareka, la bimba più bella di Sochy, veniva stuprata da un pervertito, mentre suo fratello veniva malmenato insieme al padre. Tutto ciò avveniva fuori dall’abitazione, a circa una trentina di metri dalla nostra finestra. Sentii le urla disumane della mamma di Wioleta, una splendida donna polacca. Quando Odilo uscì dalla fattoria, si tirò su i pantaloni e si richiuse la cerniera dei pantaloni; qualche secondo dopo la signora Smolareka venne gettata da una finestra. Completamente nuda. Non mi sembrava morta, ma speravo ardentemente per lei che lo fosse. I quattro componenti della famiglia Smolarek vennero così trattati perché ebrei non ancora eliminati. Gli uomini di Odilo cancellarono questa eccezione.

Chissà cosa avrebbero pensato quei santoni nazisti dell’eugenetica, dell’igiene razziale e della scienza della razza circa il procedimento di eliminazione di belle ragazze e donne non ariane. Santoni che credevano ancora negli anni quaranta del ventesimo secolo alla telegonia e all’atavismo, concetti degni dell’Homo Sapiens, non certo di uomini ariani. Uomini ariani, pressoché perfetti dal punto di vista genetico, cadevano nella debole tentazione carnale di una non ariana.

Eppure non si fecero mancare nulla, tantomeno lo stupro, praticato a ogni latitudine e longitudine durante la guerra, alla faccia della razza superiore nordica.

Venni preso da mamma e buttato dentro la cassapanca, capovolta per l’occasione speciale; mi feci spazio tra le coperte e, da una minima apertura laterale, riuscì a vedere ciò che sarebbe stato meglio non vedere.

Tre soldati delle SS visibilmente ubriachi entrarono barcollando in casa urlando in una lingua cavernicola. Capivo a malapena solo ‘Boguslaw’, il nome del nonno. Non vidi quale dei tre non sparò, ma mio nonno cadde sulla poltrona colpito all’addome da due proiettili. A quel punto, il mio fratellino cominciò a piagnucolare e lo obbligai a farlo almeno in silenzio.

Nonno era scivolato in una posizione ambigua sulla poltrona: sembrava quasi essersi appoggiato normalmente. Perciò, quando Odilo entrò, gli rifilò una decina di proiettili in pieno volto. I soldati alle sue spalle risero; non capivo cosa avessero da ridere e tuttora non lo so. Ho sempre creduto che Odilo non si accorse che nonno era già morto, vista la sua ambigua posizione.

Di fronte a questo atteggiamento da caproni, mi sorprese l’ingresso di un quinto soldato, il quale, in polacco fluente, disse che nonno era stato ucciso perché aveva avvisato i paesani del loro arrivo e perché era ebreo; continuò dichiarando che nonna e papà sarebbero stati uccisi di lì a poco rispettivamente per aver sposato un ebreo e per essere un mezzo ebreo. Cioè, con voce meccanica, la stessa che mi capita di sentire oggigiorno in una stazione all’arrivo di un treno, questo ragazzo di una trentina d’anni avvertì mio padre che sarebbe morto di lì a poco.

Perciò, ora non mi piace prendere il treno.

La voce meccanica proseguì dichiarando che mia madre sarebbe andata a lavorare in un campo di concentramento. Concluse il suo abominevole discorso più o meno così, “Per quanto riguarda Zbigniew e Teofil Zajdel, essi saranno affidati a famiglie ariane del Reich e diventeranno tedeschi al cento per cento, tedeschi di pura razza ariana”.

Loro conoscevano la situazione di ogni famiglia e decidevano a tavolino chi salvare e chi sacrificare. Per loro, era come giocare a scacchi.

Trovo più fastidiosa la ricerca del metodo nella follia che la follia stessa.

Io ero intento a far zittire i mugugni di mio fratello, quando un soldato diede un sonoro ceffone in faccia alla mamma. Mi sporsi ancora dalle coperte e vidi quel bastardo che le tirava violentemente i capelli. Successivamente mio padre fu obbligato ad indicare la cassapanca in cui eravamo nascosti io e Teofil.

Il quinto soldato, quello che parlava polacco, mise la sua mano destra  nella mia sinistra e prese in braccio mio fratello. Passai davanti a loro inebetito, senza comprendere realmente che quella fu l’ultima volta che vedevo i ricci di mia madre e i gli occhiali di mio padre. Dietro, gli occhi giganti con cui qualche ora prima aveva osato battibeccare.

Salii su una camionetta color verde militare mentre la pioggia mi inzuppava le calze e quel soldato ci faceva i complimenti per i nostri capelli biondi e i nostri occhi azzurri.

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Marcoandrea Spinelli
Dopo aver studiato storia tra Milano e Modena ed essermi specializzato ed ammalato di Balcani, ho lavorato come cooperante in un minuscolo villaggio di settecento persone poco sopra Prizren, dove il Kosovo si incastra tra l’Albania e la Macedonia. Velika Hoča. Questa splendida opportunità mi è stata regalata dall’associazione AmicidiDečani. La vita quotidiana di queste persone e di molte altre per tutto il Kosovo è inimmaginabile. L’associazione per la quale ho lavorato cerca solo di renderla migliore. Ora passo il mio tempo tra gli adolescenti, in una cooperativa che è una grande famiglia. Il villaggio in città. Perché fare l'educatore mi piace davvero.

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