Una leggenda nel mondo del ciclismo, simbolo di uno sport ricco dei valori: “Ginettaccio” Bartali è l’uomo della rivincita italiana, il campione indimenticato che ha fatto emozionare e tifare migliaia di persone.

Il 5 maggio, in quello stesso giorno diventato anche il titolo di una famosa poesia di Alessandro Manzoni, moriva Gino Bartali, una leggenda del ciclismo rimasta scolpita nella memoria italiana. Era il 2000 e, in quel giorno, la Chiesa di S. Piero in Palco si riempì di persone giunte da tutta Italia per salutare l’indimenticato “Ginettaccio”, quel campione un po’ brontolone entrato nel cuore di molti per la sua semplicità e l’incredibile purezza d‘animo.

La sua lunga storia d’amore con le due ruote inizia in una piccola officina di biciclette in provincia di Firenze (nasce nel 1914 a Ponte a Ema), dove va a lavorare per tre giorni alla settimana dopo aver lasciato la scuola a 12 anni. Arrivano così le prime gare e la partecipazione a tornei dilettantistici regionali, ma il suo nome inizia ad esser riconosciuto nel 1935, quando si posiziona al quarto posto alla Milano-Sanremo dopo una grandissima prestazione che lo aveva visto anche in testa in diverse fasi della gara.

Gli anni successivi sono quelli della vera consacrazione: due giri d’Italia vinti per due anni consecutivi (nel 1936 e nel 1937) e la presa di coscienza, anche da parte del pubblico, che nel mondo del ciclismo stia nascendo un grande corridore. A soli 23 anni il nome di Bartali, un giovane burbero toscano schivo e schietto, inizia ad essere associato a quello di un grande campione. “Ginettaccio” è pronto allora per dare filo da torcere anche all’estero: superati i confini nazionali, parte alla volta del Tour de France e vince.

Ma non si può scrivere di Gino Bartali senza parlare di Fausto Coppi. La storica rivalità tra i due fu una rincorsa infinita che legò in un legame indissolubile il destino di due leggende, campioni di un ciclismo ancora pregno di valori, sforzi e fatica; una rivalità che inizia nel 1940 quando il giovane Coppi arriva nella squadra della Legnano. Partito come gregario, il giovane alessandrino diventa l’arma che il team decide di schierare per non perdere posizioni dopo la caduta di Bartali: non solo lo sostituirà ma vincerà il Giro.

Sono però gli anni ’40, la guerra si avvicina e lo sport non basta ad allontanarla. Così per cinque anni, gli stessi che separano per età i due campioni, le gare vengono interrotte. Nel 1946, il ciclismo torna a riunire l’Italia e Bartali vince, nonostante l’età (trentuno anni) e lì opinione pubblica che lo dà per finito, il suo  terzo Giro. Con Coppi sempre lì, a soli 47 secondi di distanza.

Due anni dopo il capolavoro: i giornali titolano che Bartali ha salvato il paese da una guerra civile; le radio parlano solo della sua vittoria al Tour de France… Bartali è il simbolo della rivincita dopo la sconfitta della guerra.

Che quell’uomo scontroso e chiuso abbia evitato all’Italia grandi agitazioni innescate dall’uccisione di Palmiro Togliatti per mano del neofascista Pallante, che abbia salvato il paese distraendolo è probabilmente l’amplificazione di un piccolo omaggio storico riservato a un grande campione. Un campione talmente forte che, se i francesi ci ripensano, “ancora le balle gli girano”.

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