The girl who saved my life: marcia della redenzione

The girl who saved my life: marcia della redenzione

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Nella rassegna cinematografica promossa dal festival culturale “Internazionale a Roma” viene presentato il documentario “The girl who saved my life” del regista curdo Hogir Hirori: sguardo crudo e inquieto sui popoli in fuga dalla guerra.

Voce del verbo migrare: lasciare il luogo di origine per stanziarsi, anche solo temporaneamente, altrove. Partire quindi nella speranza di trovare una via di fuga, abbandonare ciò che si ha senza voltarsi mai indietro, pena il pentimento. Ne sono ben coscienti i popoli in fuga dalla fame e dalla guerra, così come gli artisti alla ricerca di un’opera che abbia nel complesso un valore sia culturale che sociale, cercando di fotografarne le componenti più strazianti: lo sapeva bene Rino Gaetano con la sua “Agapito Malteni il ferroviere”, lo sa ancor meglio Hogir Hirori, regista curdo iracheno che decide di realizzare un documentario dal titolo “The girl who saved my life“, presentato nel corso della rassegna cinematografica promossa dal festival culturale “Internazionale a Roma”.

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La genesi del film

E’ appena la fine degli anni 90 quando il giovanissimo curdo iracheno Hogir, a malapena ventenne, decide di fuggire dalla sua terra natìa per compiere un lunghissimo (e per mesi infruttuoso) “viaggio della speranza” insieme ad altre migliaia di migranti attraverso la Turchia, l’Albania, l’Italia, l’Austria e la Germania per giungere infine in Svezia, sua terra d’adozione (e d’elezione). A ben 15 anni di distanza il regista Hogir Hirori, con una vita nuova di zecca a Stoccolma, una moglie e un figlio in arrivo, un po’ per vocazione, un po’ per assillante necessità di raccontare, decide di tornare nei luoghi da lui abbandonati. Perchè? Per documentare la migrazione di quasi due milioni di profughi in fuga dalla guerra e dall’Isis, mettendo inevitabilmente a confronto attraverso uno specchio immaginario due società diametralmente opposte tra loro: punta di diamante dell’utopia occidentale l’una, lacerante nella condizione di instabilità l’altra.

Il viaggio

Durante il primo dei suoi tre viaggi in Kurdistan Hogir incontra molti profughi soprattutto appartenenti alla minoranza Yazidi, abitanti delle montagne dello Sinjar, che le forze dell’Isis hanno parzialmente sterminato, costretto alla conversione, oppure spinto ad imbracciare le armi, o alla fuga. Attraverso un montaggio “volutamente sporco”, l’uso della camera a spalla, i primi piani imperiosi degli sguardi a volte afflitti, altre risoluti che popolano gli sterminati ed infiniti campi profughi della regione, il documentario non potrebbe essere più crudo nel suo spietato realismo.

E’ tuttavia per mezzo dell’occhio partecipe del regista (il quale di fronte a certe immagini non esita ad abbandonarsi ad un tracollo emotivo) che lo spettatore può immergersi completamente in una realtà troppo spesso dimenticata, ascoltando le grida di aiuto e disperazione di una madre che ha perso i suoi figli, di una coppia di neosposi separata dal “richiamo alle armi”, di un bambino che cerca del cibo per la sorella malata, risvegliando così obbligatoriamente una coscienza civile talvolta abbandonata.

Alla ricerca di Souad

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“The girl who saved my life” non è solo un racconto fatto di lacrime e sofferenza: il titolo del film prende infatti le mosse dall’inaspettato intreccio narrativo che coinvolge Hogir e una bambina da lui ripresa nel primo dei suoi viaggi, Souad. Malata di epilessia, e cercata disperatamente (e anche ritrovata nell’ “happy ending” finale) durante tutto lo svolgimento e la lavorazione del documentario, la storia raccontata crean sentimenti di immedesimazione e trepidante attesa, oltre che di naturale empatia.

The girl who saved my life, oltre a ricoprire di diritto il ruolo di pietra miliare nelle opere d’arte con valore sociale, è un film feroce, inumano, sanguinario nella visione di ciò che cerca di immortalare; ma scoperto il velo delle apparenze rimane la gioia del ricongiungimento e l’ottimismo nella prospettiva di una rinascita.

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