Da La Cascina alla post verità: la dissimulazione dissidente

Da La Cascina alla post verità: la dissimulazione dissidente

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la cascina

Come anticipato nell’editoriale del mese, Openmag parte dalla vicenda della cooperativa “La Cascina” per compiere un viaggio ai confini della post verità che colpisce il mondo del Terzo Settore, barcamenandosi tra realtà e finzione.

Secondo Oscar Wilde “non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”; dall’epoca del decadentismo ad oggi però l’uso spasmodico della tecnologia ha completamente stravolto (o meglio distorto) il mondo dell’informazione, assottigliando sempre più il labile confine tra realtà e finzione: benvenuti nell’era della post verità, dove il “fact checking” rientra nei vocaboli di uso comune e la collettività è divisa tra la “caccia alla bufala” e la condivisione irrazionale di pillole di falsità dai titoloni imperanti.

Nel pieno e quanto mai attuale spirito di riflessione sulla veridicità delle notizie pubblicate, Openmag parte dall’analisi sulla bufera giudiziaria che si è abbattuta sulla cooperativa La Cascina all’interno del maxi processo meglio conosciuto come Mafia Capitale, per valutare in quale modo una o più segnalazioni inattendibili possano influenzare la realtà del Terzo Settore e tutte le persone che a vario titolo ne fanno parte, oltre alla deformazione che  se ne evince dall’immaginario socio-culturale.

Caduta e ascesa de “La Cascina”: Da Mafia Capitale al risorgimento.

Tutto ha inizio con la perquisizione da parte dei carabinieri della sede di Roma della “cooperativa bianca”, poi l’arresto di quattro manager: La Cascina è nell’occhio del ciclone per quanto riguarda le cronache giudiziarie, essendo citata per ben 167 volte nell’ordinanza di custodia cautelare di Mafia Capitale.

A ritrovarsi sotto la lente d’ingrandimento la natura ambigua dei rapporti con Luca Odevaine e il business dell’accoglienza dei migranti per il CARA di Mineo; secondo il gip infatti i quattro gli avrebbero promesso una retribuzione di 10mila euro mensili, aumentata a 20mila dopo l’aggiudicazione del bando di gara del 7 aprile 2014 “per la vendita della sua funzione”. Turbativa d’asta quindi, pressioni e bandi di gara concordati.

Per La Cascina, una delle più grandi realtà cooperative in Italia (che si barcamena tra ristorazione, mense scolastiche e ospedaliere, pulizie e turismo) nata nel 1978 grazie al sogno di un gruppo di universitari di “Comunione e Liberazione” con attualmente all’attivo 7600 dipendenti, 37 milioni di pasti erogati ogni anno e 12mila persone curate ogni giorno attraverso i servizi socio-assistenziali, è un duro colpo da accettare; ma la vicenda prende una piega del tutto inaspettata.

Il trionfo della verità sull’ipocrisia

E’ il 28 Luglio 2016: in seguito all’esaminazione di documenti, bilanci e commesse delle società destinatarie dei provvedimenti giudiziari e all’istituzione di una “due diligence” amministrativo-contabile sulle società al fine di accertarne la regolarità e la trasparenza  affidata alla Ernst & Young, non solo vengono disposti la restituzione delle aziende ai soci e il rientro nelle funzioni dei preesistenti consigli di amministrazione, ma viene definitivamente revocata l’amministrazione giudiziaria stabilita esattamente un anno prima, con la conseguente riabilitazione della cooperativa nell’ideale collettivo.

La parabola de La Cascina ha un che di esemplare: la ricostruzione dell’inchiesta, portando alla luce esiti imprevisti, non vuole essere una lectio magistralis sul percorso più appropriato da compiere per verificare la correttezza delle notizie (anzi ben lungi), ma semplicemente un monito, o forse ancor meglio una morale: in un mondo cinico che si nutre di stereotipi e punta il dito sul mondo dell’associazionismo gridando “al ladro”, noncurante del danno arrecato alle migliaia di realtà facenti capo al terzo settore che lottano giornalmente a fianco dei deboli e delle minoranze, è necessario (e quanto meno doveroso) accertarsi della verità dei fatti; in altre parole “diffidate dalle apparenze”.

 

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