Maldestro, la rivelazione del cantautorato italiano

Maldestro, la rivelazione del cantautorato italiano

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Un nome d’arte bizzarro per un autore dalla poetica originale, sofisticata, ironica ed emozionante. Nelle sue canzoni c’è ogni tipo di sentimento umano, la quotidianità e a volte anche la denuncia sociale.

Quando ascoltiamo della musica ognuno di noi ha un desiderio diverso. C’è chi vuole evadere, c’è chi vuole ridere o piangere, c’è chi vuole semplicemente un po’ di compagnia e c’è chi invece vuole rivedere la propria quotidianità attraverso i racconti di qualcun’ altro per poter coscientemente affermare  “bene non sono solo” e condividere con il musicista in questione gioie e dolori di tutti i giorni. Cosa rara trovare tutte queste caratteristiche in un unico artista o in un unico disco, ma se poi sulla tua strada incontri un cantautore come Maldestro puoi solo ricrederti e restituire al cantautorato italiano quella fiducia che gli hai tolto in questi ultimi anni di testi banali, voci stridule e youtubers da strapazzo.

IL TROISI DELLA CANZONE

I Muri di Berlino secondo album dell’artista, conferma un po’ quanto avevamo capito con il suo primo lavoro “Non Trovo Le Parole”, ossia la capacità di Maldestro non solo come autore ed interprete, ma come vero e proprio cantastorie di tutti e per tutti. Con una scrittura semplice, profonda e sempre geniale affronta i sentimenti umani con quella vena ironica tipicamente partenopea, tanto che qualcuno lo ha definito “il Troisi della canzone”, una voce roca e calda e una musica essenziale pop e a tratti folk ,condiscono il tutto rendendo l’intero album un piccolo capolavoro.

MALDESTRO E I SUOI “MURI DI BERLINO” TRACCIA PER TRACCIA

Dieci le tracce dell’album, una più bella dell’altra. Dieci immagini di vita quotidiana, di passioni, di amore, di dolore, di partenze, di addii, di speranze e di gioie. Vediamo insieme le prime cinque…

Il disco si apre con “Abbi cura di te”, un invito ad amare se stessi e ad essere pronti a vivere, perché come dice l’autore “è questione di qualche minuti e arriva il futuro”

Segue “Tutto quello che ci resta” , ritmo vivo e testo malinconico per una canzone che racconta la fine di un amore e tutto quello che ne consegue. “L’amore che ci siamo dati è un tram che termina la corsa…e tutto quello che ci resta ci aiuterà ad organizzare un’altra festa per chi verrà”­ frase geniale che racchiude le principali caratteristiche della poetica di questo autore, la malinconia per una storia che si è chiusa contrapposta alla positività dell’idea che si è fatto tutto il possibile per preservare una futura relazione dagli errori fatti in passato.

“Canzone per Federica” è la terza traccia dell’album. Premio della critica Mia Martini, Premio Assomusica, Premio Lunezia, Premio Jannacci e secondo posto a Sanremo giovani per un brano dalla bellezza sconcertante. Federica è una ragazza che nonostante tutto quello che può accadere sorride, balla e continua ad accumulare strada. Questo brano è un inno alla vita, un grido di forza e un contenitore di verità. Federica in fondo è ognuno di noi.

La tenerezza fatta canzone è invece “Che ora è”  nella cui introduzione una madre chiede alla figlia piccola se il bambino di cui è innamorata la ricambia, ma la bambina saggiamente risponde che non lo sa e che non può chiederglielo perché in fondo si sa, è un uomo che deve fare la prima mossa. E finalmente arriva “Io non ne posso più” un vero e proprio sfogo contro tutte quelle cose che non gli vanno giù. Dal giornalista che gli chiede continuamente chi era suo padre, ai quarantenni che passano le giornate davanti alla playstation, alla sua città di cui però non riesce a fare a meno. Un elenco irriverente e allo stesso tempo comico di fastidi personali e banalissimi luoghi comuni su note particolarmente danzerecce.

E le ultime cinque.

“Prenditi quello che vuoi” è una resa, un’ammissione del fatto che “un uomo da solo respira ma di certo da solo non vola” . Un testo bellissimo che parla di amore senza mai essere banale e in cui si coglie tutta la fragilità di un uomo che chiede all’altra persona di restare a di aiutarlo a cambiare.

“Sporco clandestino”  è un pugno nello stomaco. Si apre con, in sottofondo, il pianto di un bambino che presumibilmente è appena approdato sulle nostre coste e con le voci dei soccorritori, riportando così la nostra attenzione su un tema attuale come quello dei migranti. Maldestro qui parla come se fosse quel bambino e racconta di come il mare gli abbia già rubato il padre e i sogni oltre alle valigie. “Signor Capitano, dall’alto dei gradi che indossa, saprebbe spiegare perché sono corpi da fossa a chi pur viaggiando per giorni aggrappato a una stiva perde futuro e speranze toccando la riva…?” tutta la rabbia è racchiusa qui. Questo brano è una perla. Una perla preziosa.

“Arrivederci Allora” tratta di nuovo la fine di una relazione, ma a differenza di “Tutto quello che ci resta” qui c’è una speranza sospesa. La speranza di potersi incontrare un giorno e ricominciare, pur avendo la consapevolezza del fatto che ora è giunto il momento di dirsi addio. “Siamo la fine di maggio, l’inverno subito dopo, l’inevitabile uscita di scena…”. “Tu non passi mai” è la perfetta colonna sonora di un film. È l’immagine del tempo che scorre inesorabile e della vita che va avanti, con la costante presenza però di quella persona che lascia un segno. “Che il tempo è un ingannevole pagliaccio che non ride mai, ma porta addosso l’esigenza di andare. Ma tu non passi mai…”. Questa è una definizione del tempo davvero originale.

Arriviamo così all’ultimo brano “Lucì (in un solo minuto)” una dichiarazione d’amore dolcissima e struggente fatta di voce, pianoforte e archi. È il racconto di un momento emozionante vissuto in due. La conclusione perfetta di un disco in crescendo. “Non avremo mai tempo, l’universo sarà muto. Perché avremo ogni bacio e ogni singola cosa in un solo minuto”.

I Muri di Berlino è un disco complesso ma di impatto. È assolutamente impossibile per chi ascolta non ritrovarsi nelle storie che ci racconta Maldestro. È un disco che vale davvero la pena ascoltare così come il suo precedente “Non trovo le parole”. Il suo modo di raccontare la vita è assolutamente unico ed è sicuramente l’originalità la sua cifra stilistica.

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Chiara Parisi
Napoletana di nascita e romana di adozione, quasi laureata e quasi giunta a quell’età che le donne cominciano ad omettere. Appassionata (come più o meno tutti), di viaggi, libri e musica, fa parte di quella ristrettissima cerchia di nostalgici che comprano dischi e ascoltano il Trio Lescano. Romantica e sognatrice ha il solo desiderio di poter mangiare tutto senza ingrassare.