La videocrazia dell’ hate speech e i limiti della comunicazione

La videocrazia dell’ hate speech e i limiti della comunicazione

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La videocrazia dell’ hate speech e i limiti della comunicazione

L’imposizione violenta di una videocrazia dell’ hate speech, che si alimenta attraverso gli strumenti di comunicazione digitale, richiede nuovi metodi di sensibilizzazione della comunità social(e)?

L’utilizzo di nuove tecnologie per l’ambito comunicativo non solo ha significato importanti cambiamenti culturali (riduzione delle distanze tra comunità, creazione di una società globale), ma ha plasmato un vero e proprio “superpotere” ad uso e consumo di quanti vogliano usufruirne: la capacità di essere invisibile. E’ infatti proprio grazie ad uno schermo protettivo che la crescente comunità dei “leoni da tastiera” si sente in diritto di sfogare le proprie frustrazioni su vittime vulnerabili, alimentando una macchina del fango che rischia di non interrompersi mai. La crescente videocrazia dell’ hate speech impone l’esigenza di campagne di sensibilizzazione più efficaci?

L’alimentazione dell’ hate speech attraverso gli stereotipi.

L’ hate speech viene definito come “l’istigazione, la promozione o l’incitamento alla denigrazione, all’odio o alla diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo di persone, o il fatto di sottoporre a soprusi, molestie, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce tale persona o gruppo, e comprende la giustificazione di queste varie forme di espressione, fondata su una serie di motivi, quali la “razza”, il colore, la lingua, la religione o le convinzioni, la nazionalità o l’origine nazionale o etnica, nonché l’ascendenza, l’età, la disabilità, il sesso, l’identità di genere, l’orientamento sessuale e ogni altra caratteristica o situazione personale”.

Se la violenza verbale attraverso i social network acquista legittimazione e fornisce il pretesto per alimentare discorsi d’odio, “Thanks for the hate speech“, il corto scritto da Cristian Micheletti e Andrea Corsini, si serve dei pregiudizi che giustificano il cyberbullismo per condurre un’analisi lucida  e a tratti spietata) sulla società odierna.

Thanks for the hate speech prende le mosse da un’idea di più ampio respiro appoggiata da LUZ, società specializzata nella consulenza e creazione di contenti editoriali: il corto infatti fa parte della campagna di lancio di “Sapiens -Umani come si deve”, un innovativo progetto online (con focus su Facebook e Instagram) di approfondimento sull’attualità, con l’obiettivo di analizzare i bisogni e i limiti della comunità social.  Il corto della durata di circa sei minuti, nel giro di qualche giorno ha totalizzato 256mila visualizzazioni, ripagando di tutti gli sforzi i due sceneggiatori che hanno deciso di puntare tutto su autenticità e credibilità.

Segnali di abbrutimento?

La storia di “Thanks for the hate speech”, il cui titolo fa un po’ il verso al celebre film Thank you for smoking, è una sorta di tragicommedia teatrale divisa in tre atti (e in cui nell’atto finale domina il discorso del colonnello Kurtz di Apocalipse Now sull’orrore): tre sono anche i protagonisti del corto, un gruppo di amici che, durante quella che all’apparenza potrebbe sembrare una tranquilla cena di piacere, danno vita ad un acceso dialogo basato proprio sull’hate speech e su frasi vere usate abitualmente sui social network per insultare il prossimo. La scena a cui lo spettatore assiste è l’imbarbarimento delle relazioni tra individui, il manifesto dell’odio che poggia le sue basi sui luoghi comuni, sulle bufale online e sul pregiudizio che diventa violenza psicologica.

I due ideatori del corto perciò, attraverso un progressivo abbassamento del registro di linguaggio degli attori, complice l’uso degli strumenti comunicativi quotidiani del “comunicatore” medio (Facebook docet), compiono un’opera di straniamento: svelano il cinismo di una società povera di empatia e le contraddizioni dei sistemi di comunicazione digitale,  colpevoli di incoraggiare processi di disgregazione della collettività.

Si può fare di più (?)

Nella critica all’uso scorretto dei social network, mai nessuno fino ad ora si è spinto oltre: il progetto Sapiens è perciò sperimentatore quanto innovatore, dal momento in cui decide di sfruttare la tecnica dell’immedesimazione per creare una provocazione e suscitare scandalo (in questo caso sul fenomeno dell’hate speech, questo sconosciuto); eppure l’importanza dell’innovazione nella comunicazione sociale non è una novità dell’ultimo minuto, se si pensa all’esempio positivo dell’artista afgano Aman Mojadidi, creatore dell’installazione “Once Upon a Place” a New York: l’opera d’arte sfrutta il potere totalizzante della parola e riutilizza le vecchie cabine telefoniche per raccogliere le storie dei migranti, cercando di suscitare un sentimento più possibile vicino all’empatia.

Il discorso sull’hate speech e sui possibili metodi per contrastarlo diventa poi più allarmante se si pensa ai dati pubblicati dalla Commissione sull’intolleranza la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, intitolata a Jo Cox, la deputata laburista aggredita con un coltello da un nazionalista il 16 giugno 2016. La relazione finale, che si basa sulla “piramide dell’odio”, più che un campanello d’allarme vuole essere un grido d’aiuto, poiché confermerebbe i problemi della società italiana con alcune questioni come l’omofobia (il 25 per cento degli intervistati considera l’omosessualità una malattia), il razzismo, il sessismo (il 20% degli intervistati pensa che gli uomini siano dirigenti o leader politici migliori delle donne) di cui abbiamo già scritto un articolo lo scorso Marzo o l’intolleranza religiosa. Gli haters (odiatori di professione) apparentemente hanno ancora vita lunga.

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