Rispetto o bullismo. Dentro e oltre il campo

Rispetto o bullismo. Dentro e oltre il campo

Rispetto o bullismo. Dentro e oltre il campo

Episodi di bullismo, vittime che non sopportano le umiliazioni… Siamo partiti dalla cronaca per riflettere sui comportamenti dei ragazzi, e le risposte dei genitori dentro il campo e non solo.

Nell’ultimo periodo alcuni fatti di cronaca hanno destato particolare attenzione: dopo casi di bullismo a scuola, sono infatti diventati virali video in cui ad esser bullizzati dai ragazzi sono i professori. E non solo, visto che in alcuni casi si è arrivati a veri e propri episodi di violenza fisica, che in qualche modo vanno anche oltre il bullismo. Cosa c’entra questo tema con il settore sportivo? Molto più di quanto pensiamo, visto che proprio in questo campo sembra esser emerso già da tempo il problema del rispetto verso l’autorità.

Dai ragazzini bulli…

Sembra facile oggi puntare il dito verso le nuove generazioni, che sembrano infatti sempre più protagoniste di episodi negativi. Se in Italia il bullismo sembrava un fenomeno minoritario, si è assistito ad un netto aumento di questi casi, o perlomeno a un racconto particolarmente frequente di episodi simili purtroppo non sono solo tra ragazzi. Quando il professore è troppo buono o magari mette un voto che il ragazzo non pensa di meritare, questo viene deriso, minacciato e, in alcuni casi, anche preso a coltellate.

Rispetto o bullismo. Dentro e oltre il campo
Fonte: nuovosud,it

Ma c’è un qualcosa che stiamo dimenticando, ovvero che “La mela non cade mai troppo lontano dall’albero”. Infatti il dibattito si arricchisce di un aspetto che a primo impatto viene spesso sottovalutato: se questi ragazzi si sentono autorizzati a comportarsi così, il “merito” è infatti in buona parte anche di chi sulla carta dovrebbe educarli: i genitori. Ed eccoci a parlare di sport.

…Ai genitori

Siamo ad una partita di calcio della categoria Giovanissimi, ragazzi di 13-14 anni che cominciano a giocare il vero calcio. Sugli spalti è pieno di genitori, ma due in particolare si lasciano notare per commenti molto poco sportivi. Ognuno di questi deride l’altra squadra, poi si passa agli insulti e il passo al confronto fisico è breve. Altri genitori intervengono per separarli, ma non basta, anche i carabinieri fanno la loro parte, fino alle istituzioni. Ai due viene allora comminato un Daspo, cioè un provvedimento per il quale non potranno accedere ai campi per un anno almeno.

Se questo episodio non bastasse a far riflettere basta tornare indietro di poco per ritrovare fatti di cronaca che raccontano, ancora, di genitori che si scagliano contro gli arbitri (fino ad arrivare a picchiarli) se tirano fuori il cartellino contro loro figlio. E gli allenatori? Questi per loro sono l’ultima ruota del carro: se non mandano in campo il loro figlio/figlia… Vuol dire che non capiscono niente di calcio.

Rispetto o bullismo. Dentro e oltre il campo

L’autorità non esiste più

Questa carrellata di esempi altro non è che la dimostrazione di una crescente abitudine a non riconoscere l’autorità, partendo dal campetto fino ad arrivare alla scuola. In fondo, se lo fanno i genitori i figli si sentono doppiamente autorizzati a farlo, tanto hanno le spalle coperte. Eppure fino a qualche tempo fa, queste figure “istituzionali” godevano di profondo rispetto, tanto che non si potevano nemmeno contraddire. Se neanche l’eccesso in quel senso suonava “giusto”, oggi l’ago della bilancia sembra essersi spostato troppo nell’altro verso.

Dove andremo a finire?

Ai ragazzi di oggi stiamo forse insegnando troppe cose sbagliate, a cominciare dal fatto che possano essere tutto quello che vogliono e fare tutto quello che vogliono. Insegniamo loro ad avere una mentalità vincente, a volte però così tanto da non concepire più la sconfitta. Chiediamo loro solo perfezione, perché i difetti non riusciamo e non vogliamo vederli. Eppure la vita è fatta anche di difficoltà da affrontare, oggi cartellini e voti bassi, domani chissà. Anche il fallimento aiuta dunque a crescere, talvolta molto di più della vittoria, anche se sembriamo averlo dimenticato.

Perciò la domanda da porci è: vale davvero la pena essere interdetti dai campi per un anno e non vedere le partite del proprio figlio? Vale davvero la pena deridere, minacciare, muovere violenza fisica contro un professore e filmarlo anche, solo per avere un po’ di notorietà in più o per far “capire chi comanda”?

Per cui, fermiamoci un attimo a pensareSiamo ancora in tempo per correggere il tiro.

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