La grande guerra: Monicelli, come fare la Storia al cinema

La grande guerra: Monicelli, come fare la Storia al cinema

La grande guerra di Monicelli, come fare la Storia al cinema

La Festa del Cinema di Roma si è conclusa con un omaggio al capolavoro di Mario Monicelli, una delle più grandi pellicole italiane di sempre.

“Beato lui che è del 1916, così non farà mai guerre” sospira Alberto Sordi osservando un neonato. È solo una delle tante battute fulminanti de La grande guerra, come sempre accade con le sceneggiature di Age-Scarpelli e di Luciano Vincenzoni.

Un film necessario

Curioso come, in giro per il mondo, venga dimenticato quando c’è da designare il miglior film di guerra mai realizzato. Nel 1959 viene proiettato fuori concorso a conclusione del Festival di Venezia. Alla fine, all’una di notte passata, la standing ovation inesauribile del pubblico induce la giuria ad assegnargli il Leone d’Oro ex aequo con il vincitore già proclamato, Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini.

Monicelli – Rossellini

Come poche volte nella storia del cinema, si può parlare di “film necessario”. I fanti sporchi, sbandati e loro malgrado eroi cui danno vita Alberto Sordi e Vittorio Gassman, circondati da un cast impareggiabile, cambiano la percezione che l’Italia ha della propria storia patria. Per la prima volta, l’eroismo dei nostri soldati nel ’15-’18 viene mostrato “ad altezza d’uomo”, senza filtri.

La regia, di Mario Monicelli, riesce a creare una simbiosi perfetta tra commedia e dramma e guida lo spettatore in una realtà fatta di trincee, sporcizia, marce, fucilazioni di spie, assalti disperati, espedienti per salvare la pelle, eroismi nascosti e inaspettati.

Gli attori e la tecnica

Il Cinemascope permette scene di massa imponenti. Monicelli sfrutta al massimo il principio della profondità di campo e realizza inquadrature di dinamismo e ritmo perfetti, anticipando molto cinema a venire.

Sordi e Gassman naturalmente dominano la scena ma la forza dell’opera è la sua coralità: Tiberio Murgia, Ferruccio Amendola, Nicola Arigliano, Romolo Valli e molti altri caratteristi danno vita a un mosaico di dialetti e tipi che rispecchia fedelmente la mescolanza tra italiani di ogni regione a cui la guerra di un secolo fa ha dato origine.

E dire che una pellicola con protagonisti e autori provenienti dalla commedia suscita, prima ancora delle fine delle riprese, accuse di vilipendio delle forze armate. Polemiche che si zittiranno da sole di fronte al risultato. Lo stesso produttore Dino De Laurentiis ha esitato a far affidare a sua moglie Silvana Mangano il ruolo di Costantina, prostituta rumorosa e in perenne stato di “agitazione sindacale” per la gravosità dell’incarico da assolvere in zona di guerra. L’attrice invece insiste per avere la parte e giganteggia sullo schermo rubando spesso la scena ai due protagonisti.

Il Manifesto di una Nazione

La grande guerra è stato proiettato in versione restaurata a conclusione della Festa del Cinema di Roma, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione delle celebrazioni per il centenario della vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale. Il romano Oreste Jacovacci-Sordi e il milanese Giovanni Busacca-Vittorio Gassman sono due soldati pavidi e menefreghisti. Cercano in tutti i modi di schivare le atrocità di un conflitto che non li interessa e che non vogliono capire. Ma alla fine, dopo aver visto tanti amici cadere e tanta gente avere fiducia in loro, si rendono conto che c’è qualcosa che non possono e non vogliono tradire. Oggi l’opera di Monicelli conquista definitivamente il posto che merita, di manifesto patriottico di una Nazione.

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Andrea Lo Bello
Alias Bill Carson. Nato a Roma, trent’anni circa (molto circa), nel mondo del cinema tiene molto alla sua qualifica di spettatore. Inutile chiedergli qual è il suo film preferito, è abbastanza evidente. Il giorno del suo compleanno segna la trama de Il fascino discreto della borghesia, esce Boxcar Bertha di Martin Scorsese e iniziano le riprese di C’era una volta in America. Sarà sicuramente un caso.