Tifo e rivalità. La linea sottile fra insulto e sfottò

Tifo e rivalità. La linea sottile fra insulto e sfottò

Tifo e rivalità. La linea sottile fra insulto e sfottò
Coreografia Milan Fonte: sportfair.it

“I tifosi italiani non sono contenti quando vince la propria squadra, sono contenti solo quando perde la Juventus” così Trapattoni durante un’intervista, dopo le reazioni al pareggio della sua vecchia squadra col Genoa. Partendo da qui, ampliamo la visuale sulle molte facce del tifo in Italia.

Quanto ha ragione il Trap?

Le parole del Trap non sono molto lontane dalla realtà. Basti pensare ai momenti paradossali in occasione delle semifinali di Champions dello scorso anno. La Juventus affrontava il Real Madrid, mentre la Roma il Barcellona. Mentre i giallorossi hanno ricevuto supporto da tutta o Italia (o quasi), i bianconeri hanno ricevuto solo tanti “Spero che il Real ve le suoni!”, tramutati in esultanze a risultato acquisito. Il Trap ovviamente pone solo il caso della Juventus, ma non è l’unica squadra a ricevere odio da altri tifosi. Per esempio se pensiamo a partite già di per sé molto sentite a livello di tifo, come i derby: quanti di essi hanno fatto feriti? Quante partite vissute in modo fin troppo passionale, hanno portato persino morti?

La vera faccia del tifo

Fanno parte del tifo, quello vero, sano, tutte quelle manifestazioni che anche se pungenti portano al sorriso. Pensiamo magari a tutte le coreografie presentate dalle varie curve in determinate occasioni. Durante l’ultimo derby ad esempio sia i tifosi dell’Inter che quelli del Milan hanno presentato due bellissime coreografie. Ma vogliamo portare l’attenzione su quella del Milan. La coreografia presentava due mani che spezzano un serpente, o meglio, un biscione, simbolo degli interisti. Il messaggio è chiaro: “Vi spezzeremo in due!”. Peccato che siano loro, alla fine, ad uscire con le ossa rotte dal derby! L’Inter infatti segna il gol della vittoria al 92esimo, firmato Mauro Icardi.

E sui social lo sfottò continua, dall’altra sponda. Gira infatti una foto di Gigio Donnarumma, portiere del Milan, con una maglia che recita: “Sei più bella di un gol al novantesimo” e i commenti pungenti, ma divertenti, sono tantissimi. I tifosi del Crotone, che l’anno scorso, agguantano un pareggio con la Juventus, con gol di rovesciata di Simy, poco tempo dopo quello di Ronaldo, che intonano un coro particolare: “Come Ronaldo! Simy come Ronaldo!”.

Il confine tra sfottò e insulto

Sfottò pungenti, ma che fanno sorridere anche chi è preso di mira sono dunque il vero sintomo di un tifo sano. Perché un conto è prendersi in giro, un altro insultare. Eppure, ad oggi, pare che la seconda opzione sia quella più scelta, forse perché più facile.

A questo punto viene da chiedersi quanta consapevolezza ci sia della differenza fra insulto e sfottò. Il primo colpisce infatti per far male, il secondo vuole solo punzecchiare. Perché allora è più facile odiare l’avversario e non supportare la propria squadra? Forse perché supportare vuol dire essere pazienti, sopportare sconfitte e delusioni, prendere le cose con la dovuta leggerezza, appunto. Ma in un mondo per cui bisogna sempre essere i numeri uno, sempre vincitori, sempre perfetti, non ci si può fermare alla “sana competizione”. Si sente spesso il bisogno di andare oltre, di essere esagerati, di dimostrare di essere migliori degli altri, poco importa se per dimostrarlo si punta ad affondare e screditare l’avversario, vissuto sempre più come un nemico.

Riflessioni

Riflettiamo allora sulle parole del Trap. Riflettiamo su ciò che stiamo trasmettendo ai tifosi del domani: una mentalità fatta di odio e di vittorie ad ogni costo, perché l’importante è vincere. In realtà, anche se tutti vogliamo vincere, qualcuno che perde ci sarà sempre. Allora, anziché reagire attaccandoci a scuse e insulti inutili (anche proveniente dalla tv) cerchiamo di prenderla con filosofia. Cerchiamo di supportare la nostra squadra, non di odiarne un’altra, la vittoria avrà certamente un sapore migliore.

Tifo e rivalità. La linea sottile fra insulto e sfottò
di Michael Kranewitter

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