Eastwood “pro-Kennedy”, Clooney “anti-Obama”

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John Fitzgerald Kennedy, cinquant’anni dopo. La figura del Presidente della Nuova Frontiera, in patria è più controversa di quanto il politically correct europeo non voglia farci credere. Eppure, con il primo inquilino della Casa Bianca nato nel XX secolo, di cui il prossimo 22 novembre ricorrerà il 50° anniversario della morte, Hollywood ha sempre confermato una delle principali regole del suo cinema “politico”: registi e attori “militanti” sono sempre più critici verso il proprio schieramento d’appartenenza che verso quello opposto.

Nella sua filmografia, il principale campione vivente della destra americana, Clint Eastwood, si incontra due volte con la figura simbolo dell’America “democrat”, sempre nel 1993, trentesimo anniversario dell’assassinio. In “Nel centro del mirino” di Wolfgang Petersen, Clint è un anziano agente del servizio segreto che non si dà pace per non essere riuscito a impedire la morte di JFK e che chiede di tornare in servizio attivo per proteggere il presidente attuale, minacciato dal maniaco John Malkovich. Con “Un mondo perfetto”, diretto da lui stesso, ambientato nel 1963, è uno sceriffo che insegue per tutto il Texas l’evaso Kevin Costner (altro fedele supporter repubblicano) che ha preso un bambino in ostaggio, alla vigilia dell’arrivo della corte presidenziale a Dallas.

Entrambi i film sono permeati di lirismo tipicamente eastwoodiano e finiscono per identificare la fine del kennedismo con il tramonto del Mito della Nuova America.

Di contro, non è certamente ostile alla figura di Kennedy in sè il film di un regista schierato a sinistra come Oliver Stone, “JFK”, ma, nella ricostruzione dell’omicidio, del complotto che lo ha originato e delle sue premesse storiche, il Partito Democratico americano viene criticato in modo durissimo, tanto da arrivare ad indicare un silenzio/assenso al delitto da parte del vicepresidente Lyndon Johnson, che succederà a Kennedy alla Casa Bianca.

Anche arrivando al giorno d’oggi, impressiona il ritratto feroce che un democratico dichiarato come George Clooney riesce a tracciare del proprio partito. Ne “Le idi di marzo” (2011), Ryan Gosling è il giovane e idealista addetto stampa di un governatore candidato alle presidenziali nel quale crede ciecamente. Gli eventi lo porteranno in fretta a conoscere i veleni e gli odi che scuotono sotterraneamente il partito e a scoprire che non esistono eroi senza macchia. Impossibile non scorgere nel personaggio del governatore interpretato da Clooney delle eco obamiane.

Il cinema politico hollywoodiano insomma, sembra storicamente poco propenso al ruolo fine a se stesso del propagandista e molto più interessato all’invettiva, ancor più verso gli “amici” che verso gli avversari.

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