Una classe di soli stranieri. Scuola Ghetto?

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Arrivano i bambini della I media A sperimentale. Hanno dagli undici ai tredici anni. Sono pakistani, filippini, bengalesi, cinesi, egiziani, polacchi, siriani, indiani, ucraini e singalesi. Venti studenti di dieci nazionalità diverse, che hanno in comune una cosa: non sanno una parola d’italiano. 

Facciamo un passo indietro. Siamo nella scuola media F. Besta di Bologna. E’ agosto e giungono da parte di famiglie straniere appena arrivate in Italia le richieste di iscrivere i propri figli all’anno scolastico 2013/2014. Il problema principale è che le prime sono già formate e inoltre che questi neoiscritti non conoscono la lingua del paese che li ospita. Il preside dell’istituto, Roberto Panzacchi, autorizza la creazione di una classe speciale, una prima media temporanea, che permetta ai giovani stranieri di recuperare questa carenza, per poi essere reinseriti nella classe giusta all’età corrispondente. I docenti approvano, parte l’esperimento. Ma il Consiglio d’Istituto no, non ci sta e si oppone. L’accusa è quella di voler isolare i ragazzini in una classe ghetto, che non rema in direzione dell’integrazione fra i popoli. Poi, come da prassi,  si mettono in mezzo i politici. Mirco Pieralisi, consigliere comunale di Sel, definisce l’esperimento “un arretramento pedagogico e culturale”. La deputata Pd Sandra Zampa chiede invece che i ragazzi siano al più presto reintrodotti in classi “miste”. Pdl e Lega sostengono l’iniziativa. Certo è che in una scuola in cui su 426 ragazzi, 126 sono immigrati, parlare di segregazionismo potrebbe risultare aberrante. Ricordo che la maggior parte degli studenti italo-americani, immigrati negli USA tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° secolo, venivano messi in classi speciali dove il programma di studi era molto annacquato, perché si pensava che questi non fossero capaci di apprendere allo stesso livello di quelli americani. Test d’intelligenza erano previsti per misurare le capacità dei bambini immigrati, che stavano appena imparando l’inglese come seconda lingua. La scuola divenne per gli alunni italiani un ambiente ostile, in cui era obbligatoria l’ “americanizzazione”. Si chiedeva ai nostri connazionali di dimenticare la loro lingua e la loro cultura. Lo storico Gerald Meyer ricorda che nelle scuole americane “agli studenti italiani era assolutamente proibito parlare italiano, anche nel giardino, anche nei bagni e tutto quello che aveva a che vedere con tale cultura era ignorato o ridicolizzato”. Un atteggiamento decisamente razzista e inaccettabile, mal ricordato da chi lo subì. Ora, tornando alle critiche mosse contro la  I media A sperimentale di Bologna, è forse esagerato parlare di ghettizzazione?  Nessuno tra i docenti dice di voler “italianizzare” in maniera forzata gli studenti stranieri. «Qui si lavora per l’inclusione», replicano gli insegnanti della Beda da parte loro.

A cura di Silvia Di Pasquale.

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