Porcellum a fette: quando la toppa è peggiore del buco

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Fa sorridere leggere titoli che recitano “addio Porcellum”. Al massimo è stato affettato. Ma non è morto, anzi. Ora per altri versi è anche più pericoloso

La situazione infatti è più complessa e il fatto che ogni esponente politico dica la sua tirando dal suo lato le poche informazioni che il comunicato della Corte ha rilasciato è indice del marasma in cui siamo e, soprattutto, del caos che ci attende. Senza peraltro che nessuno, tra governo e parlamento, faccia un vero e sentito mea culpa per il fatto che la “toppa” ad una situazione simile sia stata messa non dall’organo legislativo preposto ma da uno giudiziario, e per giunta dopo così tanti anni.

È sicuramente vero che la possibilità di non poter scegliere il proprio parlamentare era una grave deminutio capitis del potere degli elettori; è vero anche che il modello “veline” (usato tanto a destra quanto a sinistra, tanto per scansare ogni equivoco) ha fatto sì che a varcare la soglia dei parlamento fossero personaggi quantomeno discutibili sul piano della caratura politico-istituzionale. Sicuramente questa soluzione rende giustizia agli elettori stabilendo che non si può non votare un parlamentare che tramite preferenza (anche se, insisto, nemmeno col Mattarellum si poteva esprimere la preferenza) e non si può regalare un premio di maggioranza ampissimo ad una minoranza di fatto, come se avesse vinto al gratta&vinci. Ma è altrettanto vero che il Porcellum poteva permettere una governabilità. Non sempre, come s’è visto con Prodi nel 2006, ma era possibile, come abbiamo visto invece con Berlusconi nel 2008. Ora, invece, con questo sistema proporzionale puro l’instabilità istituzionale è definitivamente cronicizzata. La legge elettorale così modificata prevede il proporzionale con minime soglie di sbarramento, il 2% per i partiti in coalizione e addirittura il miglior perdente, quindi di fatto anche meno.

Questa situazione porta quindi ad emergere due problematiche. Una apparente e l’altra drammaticamente reale. Quella apparente riguarda il dubbio che aleggia un po’ ovunque ora: ma se il parlamento è “illegittimo”, allora lo sono anche tutti i suoi atti a partire dall’elezione del presidente Napolitano, alla nomina del giudici costituzionali sia da parte del parlamento che del Presidente stesso? No, non è così. Per il futuro infatti la Corte ha specificato che gli effetti della sentenza avranno effetto nelle prossime settimane, appunto per non mettere fuorigioco subito il parlamento; per quanto riguarda il passato, molto probabilmente ci si appellerà al principio del “funzionario di fatto” del diritto amministrativo, ovvero quella figura che esercita di fatto delle funzioni allorquando l’atto di investitura sia viziato o manchi del tutto. Così da poter salvare tutti gli atti messi in atto dal Parlamento fino al momento del decorrere degli effetti della sentenza. E d’altra parte non potrebbe essere altrimenti, non è pensabile pensare di premere un tasto e resettare le nostre istituzioni.

La seconda problematica, però, è seria e non di così facile risoluzione. La Corte con un messaggio sibillino a fine comunicato dice: “resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali.” Roba che se non venisse dall’organo di maggior garanzia (non a caso i suoi membri durano in carica 2 anni più del presidente della Repubblica), suonerebbe davvero come un avviso di sfratto. Più che una pungolatura sembra un calcione. Perciò la parola passa di fatto al Parlamento. Ma ci credete? Questa (ampia) maggioranza dovrebbe trovare un accordo per puntellare di nuovo il bipolarismo addivenendo ad una nuova legge elettorale che garantisca governabilità. Ma questa stessa maggioranza di coalizione è già di fatto proiettata nel passato, ai tempi della prima repubblica, dove ci si alleava tanto per stare al potere. Non a caso Matteo Renzi tira dentro il Pd per riassestare il suo partito sulla sinistra mentre Enrico Letta è sempre più in rotta verso il centro con il sostegno di Alfano. Di fatto la legge elettorale, per com’è ora, azzoppa Renzi e il suo sogno di avere una maggioranza per governare, costringendolo in futuro a fare accordi (con chi? Restano liberi Grillo e Berlusconi…). A destra, in maniera speculare, c’è la componente alfaniana che fa da specchio a Letta e il resto della destra, chi in maniera più credibile (Fratelli d’Italia) chi più per convenienza tattica (Forza Italia) tira in senso opposto per accorciare la vita a questo governo.

Quindi, in parole povere, siamo in mano ad una maggioranza che non ha alcun interesse a modificare una legge che da maggioritaria si ritrova ad essere magicamente proporzionale. Gli equilibri potrebbero essere modificati dalle primarie dell’8 dicembre nel caso in cui Renzi stravincesse, però anche in quel caso nessuno può garantire che anche il Pd arrivi alla scissione, come accaduto al PDL, con il consequenziale spostamento dell’ala filogovernista verso il centro, ovviamente con Letta in testa. Sempre, manco a dirlo, per fortissimo senso di responsabilità istituzionale e sempre di certo con il placet del Colle.

In definitiva la situazione non è né semplice né di facile risoluzione. E forse la responsabilità di tutto questo è in capo a chi ha voluto in ogni modo, ben oltre ogni sua prerogativa istituzionale, che questo governo-carrozzone nascesse ad ogni costo; prima in nuce con il sostegno a Monti e poi con questa coalizione che sostiene Enrico Letta. Il presidenzialismo, di fatto, è la riforma più evidente degli ultimi anni.

di Gianluigi Cesta

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