Viaggio in Palestina e Israele

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E’ il 1948. La guerra è finita da pochi anni. L’Europa è distrutta, il mondo diviso in due blocchi. Un popolo, errante da secoli, colpito dall’olocausto nazista, chiede un risarcimento significativo per le atrocità patite. Vuole una terra. Un posto in cui mettere radici.

Vuole tornare a casa, nella “terra promessa”, una striscia di deserto tra il fiume Giordano ed il Mar Mediterraneo. Lì, coloni ebrei hanno già iniziato nei primi anni del secolo a comprare terre dagli arabi. Lì, dove riposa Abramo, lì dove Salomone costruì il Tempio. E la richiesta, accordata dalla neonata Organizzazione delle Nazioni Unite darà origine ad uno dei conflitti più lunghi e complessi che  si siano mai visti.  Inizia così la questione medio orientale.

Oggi, Israele è uno Stato moderno, occidentale, democratico, ricco, sviluppato. Le sue università primeggiano tra le migliori del mondo. E’ meta di pellegrinaggi religiosi e del turismo laico che si diverte sulle spiagge di Tel Aviv e di Elat. Eppure, la costante presenza dei militari ti ricorda che è comunque un paese in guerra. Guerra aperta o latente ma sempre alle porte, circondato da Siria, Libano, Egitto e Giordania, a un passo dall’Iran.

La vecchia Gerusalemme, la città più santa è divisa in quattro quartieri: arabo, cristiano, ebraico, armeno. Attraversi la porta di Damasco e ti ritrovi in un suq colorato e rumoroso, tra stoffe e spezie, bambini che corrono ed anziani che ti osservano con curiosità. Vicoli stretti e tortuosi  in cui forte è la presenza dei militari israeliani. Poi il quartiere ebraico con le sue pietre bianche e i fiori sempre rigogliosi,  con le famiglie ortodosse a passeggio, con il Muro del Pianto ed in alto,  giusto poco più in alto, la meravigliosa cupola d’oro e la spianata delle Moschee. Per entrare e per uscire ci sono i metal detector che ti riportano alla realtà e ti rammentano dove sei.  Poi senti le campane suonare e ti accorgi di essere a pochi passi dal Santo Sepolcro dove Gesù di Nazareth fu crocifisso e resuscitò. La storia del mondo racchiusa in quattro mura. Una città ufficialmente posta sotto controllo e tutela internazionale, considerata da Israele la propria capitale ma non riconosciuta dagli altri Stati che mantegono le proprie ambasciate a Tel Aviv.

Ed è da qui che parte il muro, quello che separa Israele dal West Bank. L’ho visto tante volte e ancora mi fa effetto. Mi risuona in testa un discorso.  “La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri, per impedir loro di lasciarci.” Era un altro muro, un’altra storia, è vero ma era anche un’idea politica che più di una generazione ha combattuto ed ha vinto.. Non posso fare a meno, dunque, di guardare oltre e sperare in una riunificazione pacifica e costruttiva come quella che ha vissuto l’Europa dopo il 1989.

Due popoli in due Stati. Un concetto semplice. Una soluzione irraggiungibile.

Ad Hebron un bambino corre per le viette della città vecchia stringendo orgogliosamente una bandiera palestinese. Ce la mostra, la sventola bene, in alto. I suoi occhi sono neri, intensi. Hanno già visto tanto. Forse la morte, la guerra. Infanzia rubata e troppo spesso senza un futuro. Qui, un vecchio venditore di ceramiche e stoffe ci invita ad entrare nella sua bottega, non per comprare ma per parlare e bere un tea, come si usa fare con gli ospiti graditi. Siamo di fretta, la preghiera è finita e vogliamo entrare nella moschea per visitare le tombe dei patriarchi. Lui non si offende, capisce. Sorride e con le lacrime agli occhi ci ringrazia. Io non capisco e chiedo per cosa, comunichiamo in inglese e non è affatto semplice. Lui si avvicina, ci stringe la mano e dice: “Avervi qui tra noi è già abbastanza per cui dover dire grazie. Ci fa capire che non siamo soli, che il mondo ancora è interessato a noi. Andate a casa e raccontate quello che avete visto”. E quello che abbiamo visto è difficile da dire e da raccontare. Non è politically correct, non ha filtri, non passa da una cinepresa.. Lo osservi con i tuoi occhi e con il cuore. Filo spinato. Militari. Nessuno merita di vivere così, segregati in casa propria e sotto stretto controllo.

A Betlemme un cartello rosso fuoco ci ricorda che stiamo abbandonando Israele per entrare in territori controllati dall’Autorità Palestinese e che lo facciamo a nostro “rischio e pericolo”. In verità qui ci accolgono tutti cordialmente, sono gentili. Sorridono e ci dicono che amano l’Italia e gli Italiani. Questo mi rende felice ed orgogliosa. Sempre, ovunque, gli Italiani sono amati e benvoluti, assai più che in patria.

Un ragazzo, avrà forse quindici o sedici anni, mi chiede di comprare qualcosa nel suo negozio di souvenir. Qui non si hanno molti modi per guadagnare soldi. Non ci sono risorse. Non ci sono industrie. Non c’è acqua per coltivare. Non c’è spazio, nemmeno quello vitale. Entro e compro una kefiah nera e bianca. Non posso non farlo, mi fa tenerezza. E lui mi chiede di portarlo via, mi dice che lì proprio non ci vuole stare, che a lui non interessa nulla di Israele e della Palestina, che a lui non interessa la religione né la politica  ma vuole solo essere libero. Vuole scegliere come e dove vivere la sua vita e non può. Io non so cosa dire. So già che non posso aiutarlo e a testa bassa, sapendo di mentire, gli dico che vive in una terra bellissima, ricca di storia e cultura e che prima o poi tutto si sistemerà. Lui sorride e mi ringrazia. Io gli lascio qualche soldino in più e mi allontano con un po’ di tristezza. Presto tornerò a casa mia, a Roma e con ogni probabilità tornerò ad arrabbiarmi per cose inutili e sciocche. Tornerò a programmare le vacanze estive o i regali di Natale. Lui resterà qui, in bilico costante tra ciò che vorrebbe essere e ciò che forse non sarà mai. Un uomo padrone del proprio destino.

Mi lascio alle spalle i colori del deserto ed il Mar Morto, poco più in là. E’ scesa la sera. Ci sono le stelle. Guardo il cielo e prego il mio Dio. Vorrei che un giorno i bambini di Jericho, di  Ramallah, di Betlemme, di Hebron potessero giocare a pallone tra le strade di Gerusalemme.

FCC.

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