Meno civiltà a Roma: cronaca di una morte annunciata

Correva l’anno 1937 ed era il 23 Settembre quando al Palazzo delle Esposizioni veniva inaugurata la “Mostra Augustea della Romanità”, precisamente duemila anni dopo la nascita di Ottaviano Augusto.

Un evento dal chiaro valore propagandistico con il quale si voleva rendere evidente il legame tra l’antico impero ed il nuovo appena proclamato con la conquista dell’Etiopia. Ovviamente nel paragone doveva risultare chiaro a tutti in chi si dovesse vedere il nuovo Augusto, ovvero Benito Mussolini. Proprio la necessità evidente di veicolare un preciso messaggio alle masse fu la ragione del grande successo della mostra, che dovendo raggiungere un vasto numero di persone venne progettata in modo da poter essere facilmente comprensibile, con un linguaggio espositivo chiaro, semplice e piano. Avvalendosi delle opere esposte nel 1911 in occasione della mostra per il cinquantenario dell’unità d’Italia, ed aggiungendo altri importanti pezzi concepiti per l’occasione (tra cui il maestoso plastico di Roma al tempo di Costantino), il Professor Giulio Quirino Giglioli realizzò un allestimento destinato a fare la storia della museologia italiana ed internazionale, avvalendosi di calchi, ricostruzioni e modellini. Era così possibile vedere insieme ed a fianco statue di Augusto da Roma e Corinto, così come il modellino del grandioso tempio augusteo di Ankara. Grande curiosità destavano poi le ricostruzioni delle macchine da assalto di Cesare, basate sui racconti del de Bello Gallico. Il successo della mostra fu tale che nel 1939 il Senatore Agnelli commissionava l’edificio destinato ad accogliere la collezione per l’Esposizione Universale del 1942. L’esposizione, come noto, non si tenne a causa della guerra ed il completamento dell’edificio slittò al 1952. Nel 1955 l’inaugurazione, con un ambizioso progetto espositivo: due aree distinte collegate tra di loro da una galleria sotterranea che contiene i calchi della Colonna Traiana; la prima area narra la storia di Roma in senso diacronico, dalle leggende sulla fondazione alla tarda antichità, la seconda analizza singoli aspetti della vita e cultura romana (musica, medicina, letteratura, diritto etc.).

La Storia, si sa, ha un senso dell’umorismo che lascia l’amaro in bocca, e quindi accade che come nel bimillenario della nascita di Augusto si rese evidente la necessità di stabilire un Museo dedicato alla storia e cultura del Popolo Romano, nel bimillenario della morte di Augusto (2014) tale Museo venga chiuso al pubblico. Dal 28 Gennaio infatti, il Museo chiuderà in gran parte le porte, dopo che gli Ispettori del Ministero del Lavoro hanno riscontrato che gli adeguamenti da loro richiesti in un sopralluogo ad ottobre scorso riguardo le norme sulla sicurezza non sono stati eseguiti.

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Una scelta miope, frutto di altre scelte miopi. Non parlo ovviamente del lavoro degli Ispettori, che chiedono solo adeguamenti a norme già conosciute ed applicate in tutte le istituzioni museali italiane, private e pubbliche (comprese quelle gestite dalla Sovraintedenza Comunale di Roma). Parlo invece dei costanti tagli occorsi sul sistema museale capitolino negli scorsi anni, che hanno portato ad un aumento del costo dei biglietti di ingresso senza fornire alcun tipo di nuovi servizi specialmente nelle sedi museali decentrate, proprio come quella del Museo della Civiltà Romana. Il Museo doveva essere valorizzato con l’apertura nel 2004 nella stessa sede del Planetario, così non è stato: mentre il Planetario è tirato a lucido, le sale archeologiche si visitano (quelle che non sono già state interdette al pubblico) a luci spente o quasi e senza riscaldamento.

galleria-con-i-calchiParlo della debolezza ed inefficacia della promozione del Patrimonio museale Comunale, che si è concentrata prevalentemente sulla valorizzazione dei siti più conosciuti ed organizzazione di grandi eventi a danno delle sedi museali decentrate. Parlo dell’assenza di un’offerta culturale complementare a quella espositiva (concerti, spettacoli teatrali, conferenze) realizzata in maniera sistematica all’interno dei piccoli musei. Negli anni scorsi all’interno del circuito comunale al di fuori dei Musei Capitolini, dell’Ara Pacis e dei Mercati Traianei gli eventi si sono contati sulla punta delle dita. Nonostante tutto questo, ed altro ancora (come i disagi nei collegamenti dei mezzi pubblici alle sedi museali), la reazione del pubblico al Museo della Civiltà Romana è sempre stata entusiasta. I turisti potevano vedere in un solo luogo i calchi di opere sparse per tutto il mondo organizzati con un criterio ragionato, e potevano farsi un’idea di come fosse la vita pratica dei Romani, osservandone gli strumenti chirurgici o quelli per il lavoro nei campi, avvalendosi ancora dell’intuizione di Giglioli: un linguaggio espositivo semplice, chiaro e diretto (per averne conferma basti vedere la pagina del Museo su Tripadvisor e quanto spesso ricorra la parola “eccezionale”). Studenti e studiosi d’altro canto in quelle cinquantanove sale si sono formati per generazioni accademiche, durante veri e propri pellegrinaggi per i corsi di Archeologia delle Provincie Romane, di Archeologia Classica o di Topografia Antica.

La chiusura del Museo andrà a deprimere ancora di più l’offerta culturale dell’ EUR, che poteva e doveva invece diventare uno dei punti focali dell’attrazione turistica di Roma. Ancora una volta l’unica parola che viene in mente è miopia, specialmente se si considerano le voci che danno per imminente la serrata del Museo dell’Alto Medioevo, poi altra corsa altro giro: una volta preso il ritmo potrebbe toccare al Pigorini o al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, finendo con la dismissione totale di quello che avrebbe tutte le potenzialità per diventare uno dei poli museali più importanti d’Italia, abbassando inevitabilmente l’appeal turistico della nostra città.museo_della_civilta_romana_large

Roma ha bisogno di cultura, non solo perchè ne può trarre profitto, ma anche e soprattutto perchè ha il dovere di custodire ed essere all’altezza del Retaggio del quale siamo tutti eredi e che rende l’Italia “Tesoro d’Europa”, come il Ministero dei Beni Culturali ama ricordarci.

In queste ore il timore più grande è dovuto all’incertezza sulla durata effettiva dei lavori, dato sul quale non è possibile ottenere notizie ed intanto già si respira aria di smantellamento: sale chiuse, opere coperte con cellophan e metà della galleria dei calchi della Colonna Traiana sbarrata.

Marguerite Yourcenar scrisse “fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito” e lo stesso vale per i Musei. Da martedì l’inverno dello spirito sarà ancora un po’ più rigido di quanto non sia già stato in questi anni in Italia ed a Roma: io metto un berretto di lana ed una sciarpa, e continuo ad aspettare la Primavera.

A cura di Gian Piero Milani.

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