Cultura: altro che petrolio!

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“Il petrolio non sfruttato dell’Italia”: è questo il refrain principale dello strano canto intonato da un coro di improvvisate prefiche in gessato ogni qualvolta la discussione politica di questo Paese si trovi a ruotare intorno alla Cultura.

Lo slogan, sicuramente orecchiabile, ha avuto nel passato recente una fortuna tale che la Fondazione Caffeina ha addirittura bandito un concorso dal roboante titolo “Cultura, Petrolio d’Italia”, utilizzando poi come logo un’immagine leggermente inquietante (e tendenzialmente anche un po’ trash) di un Bronzo di Riace con in mano una pompa di benzina.

Ora, onde scongiurare ancor più tragiche conseguenze per il futuro, ed evitare nuovi sviluppi -sempre più fantozziani- della fantasia umana, che associno per esempio il cane a sei zampe ad un tempio a sei colonne, bisogna seriamente riflettere su cosa sia per noi questa strana cosa che gli uomini chiamano “Cultura”; ed usarci la profonda onestà intellettuale di dire (magari anche solo a bassa voce o davanti a uno specchio) che questo claim del petrolio fa proprio un po’ pena.

Fa pena prima di tutto perchè trasmette a livello comunicativo una serie di messaggi sbagliati, resi ancora più pericolosi dall’essere nascosti in una forma amabilmente smaliziata, come ad esempio l’assimilare il Patrimonio Culturale ad un bene di esportazione, similitudine pericolosa nel Paese in cui un deputato (Scilipoti) ha più volte proposto di “noleggiare opere d’arte di proprietà statale”, esattamente come si noleggia uno smoking o un gommone per una gita in barca; oppure la similitudine con “la ricchezza che giace sotto i nostri piedi”, quasi paradossale in un paese in cui da decenni politici di ogni schieramento prima incolpano gli archeologi per i rallentamenti nella realizzazione di opere pubbliche, e poi tagliano alla cieca i fondi per la Cultura.

Ma il vulnus più grave, quello che denuncia quanto possa essere tragica la concezione che la nostra classe politica ha della Cultura, è l’associare i Beni Culturali ad un bene economico: ridurli in qualche forma ad un qualcosa che può (e deve) generare profitto diretto.

img_4450Per carità, verrebbe quasi da amarla questa strana concezione “a profitto” della Cultura, considerando che il nostro continua ad essere il Paese dove un Ministro delle Finanze potè dire “con la cultura non si mangia” senza vedersi piovere contro il mare di critiche che la buonanima di Padoa Schioppa si tirò addosso quando osò definire le tasse una cosa “bellissima e civilissima”, ma le naturali conseguenze sono atroci: ad esempio l’assunto che un Museo che non porta sufficienti profitti vada chiuso, perchè in fondo un Museo non è una istituzione didattica e di ricerca (come dovrebbe essere) o un luogo dedicato da un popolo come casa del proprio passato, ma solo un esercizio pubblico che come tale deve portare utili, altrimenti è inutile.

Ovviamente la Cultura porta ricchezza e genera (o potrebbe generare) benessere diffuso, anche e soprattutto tramite l’enorme indotto che potrebbe ruotare attorno alla macchina dei Beni e delle Attività Culturali: alberghi, ristoranti e servizi di ogni tipo; specialmente in un Paese che come il nostro ha una bellezza straordinariamente poliedrica, che come tale può conquistare amplissime fette di mercato: musei e aree archeologiche uniche al mondo, un patrimonio paesaggistico eccezionale ed una ricchezza agroalimentare fatta di tradizioni che fanno parte a pieno titolo della nostra cultura e della nostra storia.

Il pensare però che questa ricchezza debba ritornare immediatamente allo Stato sotto forma di bigliettazioni o oneri diretti è per lo meno miope, se non addirittura illogico. Anzitutto perchè lo Stato riceve già guadagni cospicui dalla tassazione ordinaria sulle attività collaterali (gli alberghi, ristoranti e servizi di cui sopra), ma soprattutto perchè uno Stato che pensa di fare cassa sulla Cultura in realtà perde di vista che i Beni e le Attività Culturali sono un qualcosa sul quale si investe per un dovere morale perchè investirvi significa garantire la possibilità di trasmettere ai nostri figli il Patrimonio che ci hanno consegnato i nostri padri, magari insegnando loro l’importanza di fare lo stesso.

cultura_mqehh.T0I nostri Padri Costituenti ebbero la saggezza di fare dell’Italia uno dei primi paesi al mondo ad avere una precisa previsione costituzionale per i Beni Culturali “La Repubblica […] tutela il Patrimonio Storico ed Artistico della Nazione”. Ecco, se semplicemente i nostri politici -quelli che versavano lacrime di straordinaria commozione quando Benigni un annetto la chiamò con il suo vero nome, “la più bella del mondo”- si sforzassero di comprendere cosa c’è scritto in questo semplice inciso, avremmo ragione di sperare in una nuova primavera della Cultura di questo Paese. I Costituenti hanno voluto dirci una cosa straordinariamente bella, che come tutte le cose più belle è di una semplicità quasi disarmate: il Patrimonio Culturale fa parte della nostra identità, contribuisce a definire ciò che siamo sia come singoli che come comunità: è un po’ come se fosse lo straordinario album di famiglia di tutti gli italiani, un album che noi dobbiamo conservare integro come lo abbiamo ricevuto (anche se utopisticamente dovremmo poter sperare di lasciarlo ai nostri figli un po’ meglio) ed al quale dobbiamo aggiungere nuove pagine che raccontino a chi verrà dopo di noi chi siamo.

Perchè forse la vera vuotezza dello slogan del petrolio sta nel fatto che la Cultura non è un fossile, non è un qualcosa che è stato generato nel passato e che noi possiamo solo estrarre e contemplare: la Cultura è il frutto dello straordinario impulso creativo di uomini e donne attraverso la Storia, il risultato della nostra innata tendenza ad esprimere esteriormente ciò che ci rende noi stessi come fantasia, inventiva o voglia di plasmare qualcosa di bello che ci sopravviva e continui a parlare al posto nostro quando noi non ci saremo più; e questo impulso lo abbiamo anche noi, ai nostri giorni.

PompeiSe invece di commuoverci tutti un altro po’ davanti a “La Grande Bellezza” (film straordinario, almeno secondo me), e continuare a spellarci le mani in interminabili applausi all’amico Paolo (che da quando ha vinto l’Oscar viene chiamato da tutti i politici solo per nome di battesimo, come se fossero stati da sempre grandi amici), si rifinanziasse il fondo per la Cinematografia o si ridesse ossigeno al sistema delle borse di studio, forse si farebbe qualcosa di utile per non farci ricordare dai posteri solo come quelli che hanno assistito impotenti o quasi ai crolli di Pompei.

A cura di Gian Piero Milani.

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