Ben Hur, un successo lungo più di 300 repliche

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In scena al Teatro Ghione di Roma fino al 19 aprile, Ben Hur è uno spettacolo da non perdere assolutamente. Si ride tantissimo grazie al trio Pistoia-Triestino-De Vito, ma è una risata amara e velenosa

Mentre nei teatri di posa di Cinecittà il regista Timur Bekmambetov sta girando il remake del kolossal Ben Hur, scritto da Keith Clarke, al Tetro Ghione il felice sodalizio tra Nicola Pistoia e Paolo Triestino sta conquistando il pubblico con l’allestimento di un altro Ben Hur più crudele, cinico e contemporaneo. Un Ben Hur dei nostri giorni, incattivito dalla vita e dalla sete di rivalsa.

Prova inconfutabile della bontà drammaturgica di questo piccolo grande capolavoro teatrale, in scena al teatro romano fino al 19 aprile, la si ritrova nei numeri: sabato sera era la 306esima replica, i biglietti strappati in tutta Italia (dove la commedia sta girando da circa sei anni) superano abbondantemente i 100.000, per ogni replica le platee e le gallerie sono affollate all’inverosimile.

Ma la vera forza di questa commedia tragica, terribilmente nera, poggia su due piedistalli ben saldi. Da una parte si nutre del testo scritto da Gianni Clementi, a oggi il vero erede di una commedia all’italiana graffiante, nervosa e nevrotica, che schiaffa davanti ai nostri occhi una realtà perversa, cinica e amorale, fustigandoci nelle azioni teatrali ma tranquillizzandoci (apparentemente) là dove deflagrano le risate del pubblico. Un testo che è, in soldoni, il vorticoso baratro della nostra coscienza e dell’essere umano di per sé.

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Dall’altra parte la commedia trova il vigore nelle interpretazioni di Nicola Pistoia e Paolo Triestino, felicemente “sposati” da quasi quindici anni. Un lungo e felice sodalizio che, negli anni, ha portato all’allestito di altre opere dello stesso Clementi come, per esempio, Grisù Giuseppe e Maria. Tragicommedie di successo il cui testo è esploso nelle loro perfette interpretazioni.

D’altronde sono loro stessi ad ammetterlo: i personaggi tratteggiati dalla penna di Clementi, addosso a loro, calzano alla perfezione come fosse il più bell’abito sartoriale. E Ben Hur è, guarda il caso, scritto proprio per sfruttare le loro qualità attoriali, evidenziandone i tratti comici e ilari ma liberando, nelle battute e nei dialoghi serrati, tutto il veleno che scava, goccia dopo goccia, la nostra anima. In profondità.

Sergio e Maria (Nicola Pistoia ed Elisabetta De Vito) sono due fratelli delusi dalla vita che vivono un’esistenza grigia, piatta, senza sussulti e ai margini della società. Una gabbia rappresentata fisicamente dai confini della periferia in cui abitano. Lei impiegata in una chat erotica mentre lui centurione romano di fronte al Colosseo. Arrivare a fine mese è sempre più difficile: i risparmi sono agli sgoccioli e l’unica strada per uscire da questo pantano sembrano essere la fede incrollabile di Maria nel “Gratta e Vinci” e un improbabile causa di lavoro a una produzione cinematografica americana da parte di Sergio.

Poi, un giorno, irrompe in quella casa grigia un ingegnere bielorusso, Milan (Paolo Triestino), venuto in Italia in cerca di fortuna. Laureato, musicista e infaticabile lavoratore, porterà in quell’angosciante grigiore quotidiano una nota di speranza, di colore, di musica. Ma sarà solamente un attimo fugace perché si scontrerà con una realtà cinica, profittatrice, materialista, feroce e violenta. A tal punto che anche quell’accenno di amore che sarebbe potuto sbocciare all’interno delle mura domestiche fra lui e Maria, finirà per ritorcersi contro.

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Da sempre attento osservatore, anche in questo caso Gianni Clementi dimostra la sua grande abilità nell’indagare in profondità alcuni dei temi più delicati della nostra contemporaneità, rivelandone storture, inquietudini e ipocrisie. I personaggi non sono mai macchiette, come invece era accaduto a certi filoni della commedia all’italiana, ma hanno spessore, pesantezza e corporalità che ne mette in evidenza gli scatti emotivi, la fragilità. Eppure, rispetto ad altre sue opere, Ben Hur è ancora più violento nella sua drammaticità, è nichilista e claustrofobico con questa corsa di bighe che, proiettata sul fondale della scena per scandire il passare del tempo, grava sui protagonisti e sul personaggio. Urla di incitamento, galoppare furioso dei cavalli, rumori assordanti…

E poi sul palcoscenico ci sono loro tre, magistrali nelle interpretazioni, veri mattatori della serata. Nicola Pistoia, Paolo Triestino ed Elisabetta De Vito sono un trio ben assortito, affiatato, in grado di portare in scena tutto il loro talento (vi assicuriamo, ce n’è parecchio) e pronto a farvi ridere di gusto. Perché in Ben Hur si ride tantissimo, ma è una risata amara, fugace come la loro serenità. E così Ben Hur, da sogno americano del genere Peplum, diventa un inno alla crudeltà e all’amoralità della vita quotidiana.

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