Il 16 settembre 1982 le falangi libanesi di Elie Hobeika entrarono nel campo dei profughi palestinesi di Shatila e nel quartiere di Sabra a Beirut, uccidendo centinaia di persone

Nel giugno del 1982 gli israeliani erano impegnati nell’assedio di Beirut in cui erano bloccati circa 15000 miliziani all’OLP. Per risolvere questa crisi, i palestinesi non volevano lasciare la città senza avere la certezza che gli israeliani e i loro alleati falangisti libanesi non avessero perpetrato violenze contro i profughi palestinesi.

Il 19 agosto fu firmato un accordo in cui si garantiva la supervisione di un mediatore inviato del presidente americano Reagan. Arafat però, prima di dare avvio all’evacuazione di Beirut da parte dell’OLP, richiese la presenza di un contingente internazionale a garanzia del mantenimento dell’ordine.

Sul territorio vennero inviati 800 soldati americani, 800 francesi e 400 italiani, che assistettero al ritiro dell’OLP completato nei primi giorni di settembre. La situazione precipitò quando, dopo la partenza degli americani, dei francesi e degli italiani, i falangisti accerchiarono i campi profughi di Sabra e Shatila e gli israeliani accusarono i palestinesi di essere venuti meno agli accordi in quanto affermavano la presenza nel territorio di ancora 2000 militari dell’OLP.

Il 14 settembre il presidente libanese Gemayel fu ucciso con un attentato compiuto dai siriani e palestinesi. A questo punto i falangisti libanesi, capeggiati da Elie Hobeika, vennero meno agli accordi e il 16 settembre 1982 diedero avvio a un massacro di palestinesi e sciiti libanesi che si trovavano nei campi profughi, che sarebbe durato due giorni lasciando un numero imprecisato di morti che variano dalle centinaia alle migliaia.

I testimoni riferirono l’orrore dei corpi accatastati, tra cui moltissimi bambini. Il massacro di Sabra e Shatila fu definito dalle Nazioni Unite come genocidio, ma Elie Hobeika non fu mai condannato e morì nel 2002 dopo una lunga carriera in politica.

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