Trieste è una città italiana. Vuole esserlo. Ma dovrà aspettare fino al 1954 per esser riconosciuta parte dell’Italia.

Il 26 ottobre 1954 Trieste tornava ad essere una città italiana.

Sembra incredibile pensare che per lunghi anni la città giuliana sia stata separata dalla madre patria ma è il destino che spesso capita alle città di frontiera.

Fino alla prima guerra mondiale Trieste è stata il porto dell’impero Austro-Ungarico e ha visto convivere italiani, slavi, tedeschi, ebrei, greci.

Eppure questo suo essere multietnica aveva un punto fermo: l’italianità come cultura comune.

Con l’avvicinarsi al conflitto mondiale l’esigenza di unirsi alle altre città d’Italia diviene sempre più forte e irrinunciabile.

Dopo la vittoria nella guerra Trieste per vent’anni è stata italiana. Come doveva essere.

Anche se il suo essere multiculturale si perse in parte nel nazionalismo dello stato fascista.

Con la seconda guerra mondiale tutta la zona giuliana vive momenti drammatici. Non solo per gli effetti terribili della guerra ma anche per l’acuirsi del confronto/scontro fra italiani e slavi.

E poi il 1 maggio 1945 IX corpus dell’esercito di Liberazione Jugoslavo del Maresciallo Tito entra a Trieste.

Mentre in tutta Europa si comincia a festeggiare la fine della guerra, a Trieste l’orrore e la violenza continuano.

40 giorni di occupazione.

“Trst je nas!” urlano. “Trieste è nostra”.

Bandiere tricolori con la stella rossa.

Spariscono fascisti, presunti tali, oppositori del nuovo corso, semplici italiani.

Infoibati, fucilati, scomparsi nella notte per non fare più ritorno.

Il 12 giugno 1945 finalmente l’incubo finisce.

Trieste passa sotto al contro militare alleato – anglo-americano -. Finisce l’incubo della violenza ma non quello della lontananza.

Mentre nella città si riversano decine di migliaia di esuli dall’Istria e Fiume. Il dolore per i racconti di oppressione e morte – le foibe – non può lasciare la città.

E poi anche gli inglesi e gli americani sono occupanti.

Trieste è una città italiana. Lo vuole essere.

Tito già dal 1948 ha rotto i rapporti con Stalin e può essere un alleato, a modo suo, nella lotta contro il comunismo sovietico. Non lo si può combattere apertamente.

Dieci anni di lotte. Dure.

Di morti.

1952: Sanremo.

Vince “Vola Colomba”. Oggi forse è una canzone che ci fa sorridere eppure basta pensare ai triestini soli sotto bandiere straniere e agli italiani a cui mancava un pezzo di casa per far sì che le parole cantate da Nilla Pizzi possano ancor oggi far commuovere:

Dio del Ciel se fossi una colomba

Vorrei volar laggiù dov’è il mio amor,

Che inginocchiato a San Giusto

Prega con l’animo mesto:

Fa che il mio amore torni

Ma torni presto

Vola, colomba bianca, vola

Diglielo tu

Che tornerò

Dille che non sarà più sola

E che mai più

La lascerò

Fummo felici uniti e ci han divisi

Ci sorrideva il sole, il cielo, il mar

Noi lasciavamo il cantiere

Lieti del nostro lavoro

E il campanon din don

Ci faceva il coro

Vola, colomba bianca, vola

Diglielo tu

Che tornerò

Tutte le sere m’addormento triste

E nei miei sogni piango e invoco te

Anche il mi vecio te sogna

Pensa alle pene sofferte

Piange e nasconde il viso tra le coperte

Vola, colomba bianca, vola

Diglielo tu

Che tornerò

Diglielo tu

Che tornerò.

L’anno dopo la situazione sembra crollare.

5/6 novembre 1953.

Viene issata la bandiera italiana sul pennone del Comune al posto di quella del Governo Militare Alleato. Viene strappata dalla polizia.

E allora le bandiere riempiono Trieste. I cori, le grida, l’inno di Mameli risuonano per la città.

E poi i sassi. E le urla “fuori gli invasori!”.

Infine i colpi di fucile.

Sei italiani rimangono a terra.

Bambini e adulti.

Gli ultimi martiri del Risorgimento – per usare il titolo di un significativo libro del geniale Michele Pigliucci -.

L’anno dopo viene firmato il memorandum di Londra e la Zona A del Territorio Libero di Trieste passa all’Italia.

Il 26 ottobre, in attuazione al dettato del memorandum, i fanti dell’82 reggimento sbarcano in piazza Unità d’Italia. Finisce l’oppressione.

Fiume, l’Istria e la Dalmazia rimangono sotto la Jugoslavia.

Eppure ancora oggi di là dal mare c’è chi canta in italiano.

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