Agostino Di Bartolomei, il Capitano silenzioso dal cuore giallorosso e dallo sguardo triste, si suicidò nel 1994 a 10 anni esatti dalla sconfitta contro il Liverpool.

“Un Capitano, c’è solo un Capitano…”

di bartolomeiSe oggi queste parole fanno subito pensare a Francesco Totti, negli anni ’70 e ‘80 il numero 10 della Roma era associato all’immagine di una “bandiera” molto diversa da quelle alle quali gli anni ’90 ci hanno abituato. Agostino Di Bartolomei era un Capitano silenzioso, serio, quasi impenetrabile agli occhi dei tifosi, quegli stessi che all’inizio avevano scambiato quel suo riserbo per arroganza, quei silenzi per un moto di superbia.

Ma era durata poco: era bastato vederlo giocare per scorgere il suo cuore giallorosso che si gonfiava nei passaggi, nelle sue inimitabili punizioni, nei tiri in porta a dare voce a quello che la sua riservatezza sembrava non lasciar trasparire. Era bastato vederlo giocare per capire che, in fondo, non avevano bisogno di altre parole, se non quelle che le sue gambe disegnavano sul verde del campo.

Così era scoppiato un amore infinito. “Ago”, “Diba” erano i nomi di battaglia che lo accompagnavano sul campo, mentre quel simbolo di un calcio quasi dimenticato faceva le sue giocate senza mai scomporsi e lasciar trasparire le emozioni.

Come in quella famosa finale di Coppa dei Campioni.

Era il 30 maggio 1984 e la Roma, reduce da quel prezioso secondo scudetto vinto nella stagione precedente, si apprestava a giocare la finale di Coppa contro il Liverpool. Anche quella volta, all’Olimpico, Di Bartolomei c’era, con la sua fascia di Capitano e la sua espressione di distacco da tutto il clamore che lo circondava.

La sconfitta arrivò come un macigno, ai rigori, di fronte a tutta Roma, un cuore pulsante giallorosso diviso tra lo stadio, i maxi-schermi nelle piazze e le case con la televisione accesa a scandire la telecronaca di quell’evento incredibile. Dopo l’1-1 contro un Liverpool difficile da battere, affrontare i rigori senza Cerezo, uscito per crampi poco prima, non era bastato a far tremare i tifosi romanisti, carichi di entusiasmo ed euforia, gelati poco dopo dal rifiuto di Pruzzo a tirare uno dei calci più importanti per i giallorossi. È “Ciccio” Graziani a prendersi la responsabilità, ma l’emozione lo tradisce. Quegli undici metri si trasformano così nella storica distanza tra la Roma e quella Coppa fino a un momento prima tanto vicina, ma rappresenta anche quella tra i giallorossi e Di Bartolomei (da qui il nome “11 metri” del documentario a lui dedicato).

di bartolomeiDopo quella sconfitta Diba fa la sua scelta, in odore dell’arrivo di Eriksson e del pressing che richiederebbe una corsa che Di Bartolomei non ha mai avuto tra i suoi punti di forza, il numero 10 giallorosso parte per Milano al seguito di Liedholm, vestendo la maglia rossonera per tre anni e concludendo poi la sua carriera con il Cesena e la Salernitana.

È proprio in provincia di Salerno, a Castellabate (paese d’origine della moglie Marisa), che a 10 anni esatti da Roma-Liverpool il campione dallo sguardo triste si suicida.

In modo silenzioso, così come la sua carriera, Agostino Di Bartolomei decide di lasciare alla sua pistola il compito di mettere fine alla sua vita, scelta per molti dettata dalla condizione che lo aveva relegato ai margini di un mondo, quello del calcio, che lo completava più di ogni altra cosa. È il 30 maggio 1994, sono passati dieci anni dalla sconfitta contro il Liverpool e i tifosi giallorossi sono scossi da un’altra grande perdita: quella di un ex mai dimenticato.

LASCIA UN COMMENTO