Scissioni in scena: filmografia arbitraria

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Scissioni: filmografia arbitraria

Rotture, separazioni, spaccature. Brevi riflessioni random sulle scissioni del grande schermo.

L’Europa

Braveheart – Cuore impavido (1995) di Mel Gibson. Una delle scissioni ben riuscita, visto che, nel XIV secolo, sotto la guida di William Wallace e Robert Bruce, la Scozia conquista quattro secoli di indipendenza (gli ultimi? Chissà). Per la seconda volta (anche) dietro la mdp, Mel Gibson confeziona un racconto epico che ha respiro giusto e tempi perfetti, con buoni e cattivi, ragioni e torti, bene e male nettamente separati. Il protagonista ha segnato l’immaginario collettivo più di quanto non si voglia ammettere; Sophie Marceau è una principessa di grande spessore, anche quando parla il francese di oggi. Azione, avventura e quel beato ottimismo anni ’90 che riteneva che i mali della Storia fossero alle spalle. Cinque Oscar.

La grande Frontiera

Gettysburg (1993) di Ronald F. Maxwell. Una regola non scritta di Hollywood insegna a diffidare dei film sulla Guerra civile americana. Peccato che, nel frattempo, la scissione per antonomasia della storia contemporanea e la guerra conseguente, che oppose nord e sud degli USA tra il 1861 e il 1865, abbiano ispirato architravi del cinema. Via col vento, certo. Il buono, il brutto, il cattivo, sicuro. Ma anche Come vinsi la guerra di Buster Keaton, La piccola ribelle con Shirley Temple, Sierra Charriba di Peckinpah, Soldati a cavallo di John Ford, l’ultracontroverso Nascita di una Nazione di Griffith. Negli anni ’90, una nuova generazione racconta in un kolossal la battaglia simbolo del conflitto, quella in cui i sudisti sfiorano la vittoria finale.

Quattro ore che volano per gli amanti della storia militare e del cinema dei grandi spazi. Martin Sheen dà volto, voce, corpo, sguardo al Generale Lee, uno dei vinti più popolari della storia. Jeff Daniels è Joshua Chamberlain, eroico colonnello nordista che, insieme al suo stremato reggimento, viene mandato a “riposarsi” nel “punto più sicuro” del fronte.

La Prima Repubblica

I 2 deputati (1968) di Giovanni Grimaldi. Scissione (sullo schermo), tra Franco e Ciccio. Il secondo, ministeriale azzimato, si candida alle elezioni con la DC. Franco, suo cognato nonché usciere capo, dovrebbe fargli da galoppino ma invece accetta la candidatura con il PCI. Una scissione con il duo all’apice del successo che declina il proprio ampio repertorio in versione elettorale. Un’Italia, una politica, una comicità che non ci sono più. E questa è parte integrante del divertimento. La vera pecca della premiatissima coppia sicula è sempre la stessa: la fretta di confezionare il film. Alla fine, i due ipotizzano anche di aver anticipato il compromesso storico. E il bello è che l’hanno fatto davvero.

La via hitchcockiana alla commedia sofisticata

Il signore e la signora Smith (1941) di Alfred Hitchcock. Marito e moglie scoprono che, a causa di un cavillo, il loro matrimonio non è valido. Il rapporto torna indietro all’epoca del corteggiamento. Come finirà? Alle prese con l’unica autentica commedia della sua carriera, Hitch mette in scena la scissione coniugale di una coppia di Manhattan. Coinvolto nell’operazione dall’amica Carole Lombard, protagonista insieme a Robert Montgomery, altro divo del momento, il Maestro ha sempre minimizzato (“Non riuscivo a capire il genere di personaggi”, “Fotografavo le scene come erano state scritte”).

È invece la prima spallata che mette in discussione i canoni della commedia sentimentale, trent’anni prima di Io e Annie o di Alice non abita più qui. Come sua abitudine, Hitch inserisce sequenze tecnicamente perfette (il “secondo primo appuntamento”, i maldestri tentativi di far ingelosire l’altro, la sequenza iniziale che strizza l’occhio al giallo). Nonostante l’happy end, accomunato all’Hitchcock “tradizionale” dall’idea di fondo della famiglia come luogo di instabilità.

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