Crimini d’odio in Italia: per una diversa narrazione

Crimini d’odio in Italia: una diversa narrazione

Parlare di crimini d’odio non è semplice. Per raccontarli è necessario uno sforzo di riflessione sulle cause che li producono.

La parola odio può essere fumosa. Altrettanto complesso è avvicinarsi all’espressione “crimini d’odio”. Non è semplice accostare un’immagine, un colore, un suono con cui poterlo rendere subito riconoscibile

In prima battuta, il termine potrebbe essere associato a un insulto urlato con rabbia, a una serie di accese discussioni nelle schermate di qualche social network. Potrebbe far pensare a una mano che colpisce, alla ferita inferta da un’arma, alla morte di qualcuno. 

I crimini d’odio

Secondo la definizione fornita dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti Umani (ODIHR) dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), il crimine d’odio è:

un reato commesso contro un individuo e/o suoi beni, motivato da un pregiudizio che l’autore ha nei confronti della vittima, in base a una sua caratteristica protetta”. 

Le “caratteristiche protette” sono quegli elementi essenziali, posseduti da un individuo o un gruppo di persone, che creano e ne rispecchiano l’identità. Alcuni esempi possono essere la nazionalità, l’identità di genere, l’orientamento sessuale, l’origine etnica, il credo religioso, la disabilità.

Dalla definizione si può capire che questo tipo di reato è diverso da quelli più conosciuti. Questo accade a causa del pregiudizio che spinge l’aggressore a ritenere uno o più soggetti come “bersaglio” delle proprie azioni.

Episodi di crimini d’odio in Italia

Crimini d’odio in Italia: per una diversa narrazione

Le istituzioni nazionali ed internazionali si occupano da tempo del problema. Nonostante le biblioteche e il web ne parlino in maniera dettagliata, a ricordarci l’importanza del fenomeno sono i singoli casi di violenza che occupano le prime pagine dei quotidiani.

Tra i molti episodi, nel marzo 2021, nella stazione di Villa Aurelia a Roma, vi è stata l’aggressione da parte di un uomo di 31 anni contro Jean Pierre (23 anni) e il suo fidanzato Alfredo (36 anni).

Sempre a livello nazionale è indicativa la scomparsa di Willy Monteiro Duarte, avvenuta il 6 settembre del 2020. Un ragazzo di 21 anni, di origini capoverdiane, cresciuto nella località romana di Colleferro, pestato a morte mentre difendeva un amico durante una lite

Per diverse settimane sono stati molti gli attestati di stima nei confronti del ragazzo, fino a giungere ad attribuirgli la medaglia d’oro al valore civile. Di pari passo è seguita l’indignazione per i quattro indagati dell’omicidio. Questo è avvenuto, in particolare, per i fratelli Gabriele e Marco Bianchi (26 e 24 anni), oggetto di stigma dell’opinione pubblica.

Si è molto discusso per comprendere la radice di una simile violenza, il perché un gruppo di giovani si sia scagliato su un ragazzo di colore fino ad ucciderlo.

La narrazione sui crimini d’odio

Nelle discussioni attorno a questi casi di cronaca si riproduce la seguente dinamica: l’individuazione delle vittime e dei carnefici, insieme alla distinzione tra buoni e cattivi.

Si cerca l’identificazione nelle vittime, il desiderio di avere giustizia, di vendicare il torto subito. Allo stesso tempo si indicano i carnefici, quelli da condannare, da “mettere al gabbio”. 

Definire le persone tramite categorie, allontanare ciò che è sbagliato, sono dinamiche che forse potrebbero apparire rassicuranti. Possono illuderci di essere immuni e al riparo da questi fatti, ritenuti isolati. Il rischio è però quello di non arrivare a una più attenta riflessione sul tema.

Molto spesso e solo dopo il verificarsi del reato si propone di risolvere il problema inasprendo le pene per i responsabili. Si va, in sostanza, ad agire “a valle” del problema, solo dopo il suo manifestarsi. 

Ma quanto è utile gridare allo scandalo, privare i colpevoli della loro libertà personale, escluderli dalla società, relegarli nelle celle di una prigione, magari “buttando via anche le chiavi”?

Con minore frequenza si ragiona “a monte”, sulle cause che portano ai crimini d’odio.

Ascoltare le persone ed evitare generalizzazioni

Crimini d’odio in Italia: una diversa narrazione

Quali sentimenti, quali stati d’animo, quali esperienze si nascondono nei volti di chi commette questi reati? Quali disagi muovono le loro parole e loro mani alla violenza?

Se si provasse ad ascoltare le storie dei “carnefici”, probabilmente emergerebbero situazioni di disuguaglianza, di sopraffazione. Potrebbero esserci delle esperienze di violenza in famiglia o a scuola, di abbandono, di pregiudizi radicati nel tempo e mai affrontati.

Situazioni, è bene chiarirlo, che non potrebbero mai giustificare il macchiarsi di reati descritti come crimini d’odio. Ma questo consentirebbe alle istituzioni e alle singole persone di essere più consapevoli e attente su ciò che gli accade intorno. Permetterebbe di mettere in campo una serie di attività di prevenzione per porre rimedio a delle situazioni di difficoltà spesso ignorate oppure non dette.

La ragione e la tolleranza

Il filosofo Norberto Bobbio, nello scritto “Ragioni della tolleranza”, affermava che: 

rispondere all’intollerante con l’intolleranza può essere formalmente ineccepibile […]. Non è detto che l’intollerante accolto nel recinto della libertà, capisca il valore etico del rispetto delle idee altrui. Ma è certo che l’intollerante perseguitato ed escluso non diventerà mai un liberale”.

Per questo, nel descrivere ed affrontare il tema dei crimini d’odio è fondamentale indagare le origini dell’odio, evitare convincenti narrazioni basate su stereotipi e luoghi comuni. 

Occorre inoltre creare delle condizioni sociali che permettano a chiunque di rispettare gli altri, di comprendere gli errori commessi ed evitare che se ne commettano degli altri, anche peggiori.

a cura di Samuele Canu

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