COP26: uniti per il clima, come ci si è arrivati ed obiettivi

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In questi giorni a Glasgow si sta tenendo la COP26, vediamo insieme di cosa si tratta.

Partiamo dall’inizio, e quindi dal nome. COP sta infatti per Conference Of Parties: letteralmente conferenza delle parti.

Si tratta di un congresso al quale partecipano i leader del mondo e i più importanti attivisti ed esperti di ambiente della comunità scientifica per discutere e trovare soluzioni a proposito del cambiamento climatico.

In particolare, per “parti” si intendono quelle dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), cioè quelle che aderiscono alla convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, approvata nel giugno 1992 a Rio de Janeiro, come risultato della Conferenza sull’ambiente e sullo sviluppo delle Nazioni Unite.

Vista l’importanza del tema quasi tutti i paesi aderirono subito, consapevoli della necessità di limitare gli effetti del cambiamento climatico.

La storia della COP, dalla COP1 ad oggi

La prima COP si è svolta a Berlino nel 1995, nata dopo l’UNFCC dalla presa di coscienza da parte di tutti degli effetti del cambiamento climatico e dei problemi ad esso correlati e della necessità di combatterlo con strategie comuni.

La COP1 diede inizio alla serie di conferenze, che arrivano fino ad oggi.

Il Protocollo di Kyoto, primo e fondamentale trattato internazionale raggiunto dopo varie negoziazioni, fu il primo step raggiunto durante la COP3. Un impegno concreto e vincolante dal punto di vista giuridico attraverso il quale i Paesi Sviluppati si impegnavano a ridurre le proprie emissioni.

Erano i primi tempi in cui la questione del cambiamento climatico si inseriva nell’agenda internazionale. Per questo la discussione fu intensa e la ratificazione del Protocollo molto lenta. Basti pensare che ottenne le firme che servivano per entrare in vigore solo nel 2005, nonostante fosse stato sottoscritto nel 1997, anno della COP3.

Dopo il Protocollo di Kyoto, un altro importante traguardo fu raggiunto 10 anni dopo durante la COP13 con la Bali Road Map: 13 giorni di trattative serrate per raggiungere il risultato. Ancora oggi infatti questo regola le negoziazioni per quanto riguarda mitigazione, adattamento, finanza climatica e tecnologica.

Con il tempo si è dovuto inoltre affrontare un altro problema: quello delle difficoltà dei Paesi in via di sviluppo nello stare al passo con le decisioni internazionali prese riguardo il settore “clima”. Questi ultimi spesso non hanno infatti i fondi necessari per attuare i progetti di adattamento al cambiamento climatico. La soluzione è stata trovata durante la COP14 con l’Adaptation Fund, stanziato proprio per sistemare i Paesi più poveri in questo campo.

Nel frattempo maturava la consapevolezza della necessità di contenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di una certa soglia. Era arrivato il momento di procedere verso un altro accordo, arrivato durante la COP15. Parliamo dell’Accordo di Copenaghen, nel quale si pone il punto di cercare di limitare l’aumento della temperatura mondiale al di sotto del 2°C.

Ci troviamo però in questo caso di fronte a un accordo non vincolante per le parti. Per questo nacque l’esigenza di produrre un testo più dettagliato e legalmente vincolante per tutta la comunità internazionale.

La svolta: l’Accordo di Parigi

Durante la COP17 si decise di dare un nuovo taglio alle negoziazioni sul clima, lasciando ogni Paese stabilire il proprio contributo nella lotta al cambiamento climatico. Durante questo evento iniziarono anche i lavori per arrivare a un nuovo accordo universale sul clima, che terminarono nel 2015 alla COP21 con l’Accordo di Parigi.

Anche quest’ultimo è un accordo storico, in quanto prevede l’impegno di tutta la comunità internazionale a mantenere l’aumento totale delle temperature entro 1,5 °C. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo i Paesi firmatari devono ridurre in maniera drastica le proprie emissioni, con l’obiettivo di raggiungere il livello zero nel 2050.

Eccoci dunque arrivati all’ultimo importante episodio. Quello che sta andando in scena in questi giorni a Glasgow, la COP26. Un appuntamento atteso, anche perché sta avvenendo in ritardo rispetto a quanto previsto, a causa della pandemia.

COP26: di cosa si sta discutendo?

L’obiettivo della COP26 è quello di intensificare l’azione che si sta già svolgendo a livello globale per risolvere definitivamente la crisi climatica, tenendo in considerazione la situazione di tutti i Paesi, compresi quelli più poveri. Vi è infatti la necessità che la transizione ecologica sia giusta ed equa in tutto il mondo.

Nel corso della Conferenza si stanno quindi discutendo i progressi compiuti per quanto riguarda l’Accordo di Parigi, dei crescenti cambiamenti causati dal riscaldamento globale (in alcuni casi irreversibili) e degli eventi meteorologici estremi causati dall’innalzamento delle temperature.

Vi è inoltre l’aspettativa che durante la ventiseiesima Conferenza delle parti venga finalizzato il Paris Rulebook, un documento che dovrebbe guidare la realizzazione di quanto stabilito nell’Accordo di Parigi nei prossimi anni.

Si sta discutendo anche della regolamentazione dei mercati del carbonio, tema particolarmente difficile a causa della natura politica della questione.

Chi partecipa alla conferenza sul clima

partecipando COP26

Più di 190 leader mondiali stanno partecipando in questi giorni alla COP26, oltre a negoziatori, imprese, cittadini ed attivisti, tra i quali non è passata inosservata Greta Thunberg.

La giovane attivista svedese ha da subito preso una posizione critica nei confronti della conferenza, posizione confermata dalle ultime dichiarazioni, nelle quali ha definito la COP26 un fallimento e nient’altro che “due settimane di bla bla bla“, sottolineando che “non possiamo risolvere una crisi con gli stessi metodi che l’hanno provocata”.

Assenti invece i Presidenti di Cina, Russia e Brasile, nonostante il grande impatto globale di questi paesi.

Come già detto, è necessario tenere conto delle diverse situazioni di partenza e delle disponibilità dei paesi che partecipano, per questi fattori i paesi possono anche avere tempistiche diverse. A tal proposito ad esempio l’India si impegna a raggiungere l’obiettivo emissioni zero entro il 2070, quindi 20 anni dopo gli altri. Tuttavia annuncia che ridurrà di un miliardo di tonnellate le sue emissioni di gas nocivi e soddisferà il 50% della sua domanda di energia con fonti Green entro il 2030.

La situazione

Tutto questo fa capire l’urgenza con la quale si deve intervenire: la COP26 è una grande opportunità per chi governa il mondo di agire insieme e in modo rapido ed efficace per limitare i danni.

Questa conferenza è anche l’occasione per ricordare a tutti la necessità di impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico. Infatti i nostri stili di vita, per quanto piccoli e ai nostri occhi insignificanti, hanno un grosso impatto sul clima e sulla transizione ecologica.

proteste Glasgow COP26

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