Il colore rosa nello sport: tra identità e tabù

Il colore rosa nello sport: tra identità e tabù

Rosa: analisi di come un colore possa condizionare la percezione nei vari sport e determinarne, a volta, anche il valore.

Molte persone hanno un rapporto “speciale” con uno specifico colore: chi lo associa ad uno stile, chi alla personalità e chi alla passione per una squadra. Anche lo sport trova infatti nei colori, ad esempio quelli della maglia, piena realizzazione. In questo articolo analizzeremo quindi un colore specifico: il rosa.

Partiamo dal calcio, in cui questo colore è associato al Palermo Football Club.

Nei suoi 122 anni di storia, infatti, 109 sono stati caratterizzati proprio dal rosa. Potremmo definire questa scelta cromatica come pressoché unica in uno sport, considerato fino a pochi anni fa, appannaggio del mondo maschile.

Il colore rosa nello sport: tra identità e tabù

Perché il rosa?

La ragione risiede curiosamente in una lettera inviata nel 1905 da un dirigente della società, Giuseppe Airoldi, a uno dei soci fondatori, Joseph Whitaker. In questa si consigliava di cambiare i colori attuali (il rosso e il blu) con il rosa e il nero, “i colori del dolce e dell’amaro”.

Una discordanza cromatica che rappresentava appieno l’alternanza dei risultati sportivi di quel periodo e, se vogliamo trovare una chiave poetica, le contraddizioni di una terra meravigliosa.

Non era dello stesso parere Benito Mussolini, il quale durante il regime proibì l’uso di questi colori che vennero sostituiti con il giallo e il rosso, conformi al gonfalone cittadino.

Rosa nel calcio. Dal Palermo alla Juventus…

Storia completamente opposta per la più blasonata Juventus Football Club, che nei primi 6 anni dalla sua fondazione, nel 1897, scendeva in campo con una casacca rosa con “cravatta” nera (i colori sociali del liceo dei fondatori “Massimo D’Azeglio”).

Il colore rosa nello sport: tra identità e tabù
Sport Club Juventus 1897-1898

Nel 1903 però la “Vecchia Signora” decise di cambiare abito con le più celebri strisce bianconere, ispirate dagli inglesi del Notts County Football Club.

A detta del tesserato Gordon Thomas Savage, il nuovo look era un «simbolo d’aggressività e potere».

Mai più lungimiranti sono state le sue parole, dato il raggiungimento della prima finale per lo scudetto proprio in quell’anno.

I piemontesi non hanno però mai dimenticano le origini e così, nel corso dei vari campionati, possiamo scorgere (in maniera più o meno evidente) diverse tonalità di rosa nelle seconde o terze maglie.

 

Non si pensi però che il rosa si sia affacciato solo sulle maglie del campionato italiano. Anche in ambito internazionale, infatti, il calcio si è tinto di rosa, affidandosi di anno in anno alla creatività degli stilisti (e degli sponsor). Real Madrid, Barcellona, Betis, Porto, Everton e ancora, Espanyol, Arsenal, solo per fare alcuni esempi.

Reazioni “colorate”

Nel 2013 la scelta di questo colore da parte del Boca Junior per la seconda divisa, ha scatenato addirittura l’ira dei tifosi che hanno organizzato una protesta.

Altro discorso invece per la Reale Federazione Spagnola di Calcio che decise di far scendere in campo le furie rosse con la divisa rosa, in occasione della partita di qualificazione a Euro 2020 contro la Svezia.

In quella occasione, si voleva infatti sensibilizzare l’opinione pubblica a sostenere la campagna per la lotta al cancro al seno. E l’iniziativa è stata accolta con pieno sostegno dei calciatori e del pubblico.

Il rosa come coronamento di un sogno: Il Giro d’Italia

Il colore non è tuttavia segno distintivo solo del mondo del calcio. Rimanendo nel contesto sportivo, arriviamo quindi al ciclismo.

Fin dai tempi di Coppi e Bartali, passando per Pantani a Nibali, il Giro d’Italia ha infiammato gli animi di intere generazioni di appassionati. Ogni anno centinaia di bici sfrecciano su ogni tipo di terreno, passando da paesini semi abbandonati alle grandi metropoli italiane e gli spettatori hanno un solo obiettivo: vedere il proprio idolo con la maglia rosa.

In una delle competizioni più antiche e seguite al mondo, la maglia rosa rappresenta il massimo riconoscimento per ogni ciclista che macina chilometri durante l’anno per prepararsi al meglio.

Il colore rosa nello sport: tra identità e tabù

Il giornalista Armando Cougnet, ideatore della prima edizione, decise di utilizzare il rosa in riferimento al quotidiano sportivo che diede i natali al Giro, la Gazzetta dello Sport.

Una ragione dunque di marketing, così come avvenuto nel 1919 con la maglia gialla nel Tour de France per via quotidiano sportivo L’Auto.

Nessuna critica, protesta o indignazione ma soltanto passione per questo sport.

E negli altri sport?

È ancora fresca la notizia, giunta qualche giorno fa, della presentazione della nuova monoposto del team francese Alpine A522 per la nuova stagione di Formula 1 2022, con una livrea total pink in omaggio allo sponsor BWT.

Quando un giornalista ha chiesto a Fernando Alonso, se gli piacesse esteticamente, il pilota ha tagliato corto: “Speriamo che sia veloce”.

Il colore rosa nello sport: tra identità e tabù
Fonte immagine: www.gazzetta.it

Non sono mancate comunque le reazioni sui social. La cantante Francesca Michielin, appassionata di automobilismo esclama: “Ma se una macchina rosa vincesse il mondiale non sarebbe tipo un reset culturale pazzesco?”. E risponde anche alle critiche:

Il colore rosa nello sport: tra identità e tabù

Le medesime polemiche sono avvenute qualche anno prima per la Force India, spentesi nel giro di qualche tweet.

Per concludere…

Abbiamo visto come negli ultimi anni, i consulenti cromatici stiano diventando una figura di riferimento per tutto il “sistema” sportivo e non solo.

Durante i giochi di Londra, ad esempio, la città è stata “vestita” di rosa per agevolare l’orientamento degli spettatori e l’identificazione dei siti olimpici. Gli organizzatori dovettero adoperare un colore così appariscente da differenziarsi da quelli utilizzati nella rete di trasporti londinese.

Quale opzione migliore?

Insomma, la scelta cromatica è dettata da innumerevoli ragioni e ciò comporta una reazione più o meno plateale.

Eppure nel 1700, il colore rosa era considerato simbolo di mascolinità e veniva sfoggiato nell’arredamento o negli indumenti. D’altro canto l’azzurro, secondo la tradizione artistica, richiamava il velo della Madonna e quindi ad uso “esclusivo” delle donne.

Soltanto tra la fine dell’800 e l’inizio ‘900, il trend si è ribaltato ed ogni aspetto della nostra vita è stato “deviato” da questa concezione.

Oggi stiamo cominciando a vedere i primi barlumi di ragionevolezza e considerare il rosa per quello che è: un colore.

Lo sport è un’altra cosa. Fin quando rimangono i valori del rispetto, della disciplina, della costanza e della collaborazione (solo per citarne alcuni)… Tutto il resto passa in secondo piano.

a cura di Cosimo Sabato

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