Mission Empathy, il percorso umano ed emotivo per i pazienti pediatrici

mission empathy a lei per lei

Michela Fazzito, CEO e Founder di Mission Empathy racconta il suo progetto volto ad aiutare i pazienti più piccoli nel loro percorso di guarigione attraverso laboratori creativi e innovativi nella rubrica “A lei per lei”.

Non molto tempo fa ho letto una frase illuminante tratta dal libro Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi: “La malattia si nutre di negatività”. Spesso, quando viene diagnosticata una malattia più o meno grave, ci concentriamo sugli aspetti fisici, sui sintomi, sulle medicine e il percorso diagnostico, ma diamo poco peso all’espetto emotivo e psicologico. Avere un problema di salute incide notevolmente sul nostro stato psico-fisico, portando la mente a subire uno stress e un trauma non indifferente.

Pensate a quanto possa essere impattante tutto questo su un paziente pediatrico che assocerà sempre momenti delicati e difficili all’ospedalizzazione e al percorso, spesso duro e faticoso, di guarigione.

Il progetto di Michela Fazzito, Mission Empathy vuole garantire ai bambini malati il diritto alla felicità e al benessere anche durante la malattia, attraverso un’ampia gamma di attività da realizzare direttamente in Ospedali, Case famiglia e Associazioni.

Laboratori creativi che scatenano l’immaginazione, giochi di realtà aumentata, classi di astronomia e scienza educativi e informati, scacchi e molto altro ancora.

Chiediamo direttamente a Michela Fazzito com’è nata l’idea di Mission Empathy e come si è sviluppata nel corso del tempo?

L’idea nasce molti anni fa, dalle corsie di ospedale che frequentavo ai tempi dei miei studi. Mi domandavo spesso perché non esistesse un percorso che si occupasse dello stato emotivo del paziente pediatrico, che lo accompagnasse nel percorso di cura a fianco alle attività (indispensabili) dei medici ed infermieri.

È stato difficile trovare le persone giuste per il tuo team? Com’è il vostro metodo di lavoro?

No! Il team si è costituto spontaneamente e senza alcuna difficoltà. Ho chiesto e hanno aderito tutti con convinzione. La squadra di Mission Empathy è formata da cinque donne ed un ragazzo. Sempre le stesse persone dall’inizio di questa avventura che dura da tre anni, condividendo valori ed obiettivi. Collaboriamo tutti in armonia, rispettando le reciproche professionalità, ma pronti a supportarci e trovare soluzioni insieme. Un’oasi.

Mission empathy a lei per lei
Team di Mission Empathy

Qual è stata la reazione di ospedali, centri di cura e case-famiglia al vostro progetto innovativo?

Entusiasmante. Non avevamo dubbi sull’ essere ben accolti, considerando che né gli ospedali né le famiglie pagano per il servizio erogato. Non ci saremmo mai aspettati che fossero loro a contattarci per farci operare nei reparti oppure che si impegnassero in prima persona per la ricerca di aziende sostenitrici (i nostri clienti).

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La più grande soddisfazione che hai ricevuto dal tuo lavoro?

 Le lacrime di felice commozione di una mamma mentre svolgevamo i nostri laboratori STEAM.

Affidarci un figlio subito dopo un intervento chirurgico non è roba da poco. Vederlo passare dalle lacrime ai sorrisi è la realizzazione di un sogno. Non solo mio, ma di tutta la squadra.

Invece qual è il più grande ostacolo che hai dovuto affrontare durante il percorso di Mission Empathy?

La pandemia ci ha creato un problema enorme perché le nostre attività si svolgono all’interno dei reparti e noi siamo diventati azienda proprio in piena pandemia. Ma abbiamo resistito e ci siamo impegnati di più, su fronti diversi e mai mollato, certi degli obiettivi da raggiungere. Anche se impiegando molto tempo in più.

In questo periodo storico c’è molta attenzione verso le “malattie invisibili” ovvero quelle che colpiscono il nostro stato psicologico e mentale. Quanto è importante curare questa parte emotiva per poter guarire prima o vivere meglio il percorso di guarigione?

Riteniamo sia fondamentale e non lo pensiamo solo noi.

Per fortuna, questa esigenza è sentita anche e soprattutto dai medici e da tutto il personale assistenziale che già fa tanto, ma non può materialmente occuparsene. Fa già più di quel che può.

Noi non pensiamo minimamente di sostituirci alle indispensabili cure mediche, ma il bambino ha bisogni specifici ed è fatto di emozioni e di sensazioni. Da paziente, si trova catapultato in un ambiente che riconosce ostile, lontano dalle sue abitudini e dai suoi affetti. Anche l’aderenza alla terapia può mancare così come il rapporto con i medici e gli infermieri potrebbe essere conflittuale ed oppositivo non riconoscendoli come alleati.

Quindi, riteniamo fondamentale l’esistenza di un percorso integrativo al ricovero tagliato su misura per loro, bambini, che non pensi solo a risolvere la malattia, ma che dia valora anche a fragilità, paura, tristezza e pensi al loro futuro: cosa ricorderà di questa esperienza? Come affronterà la malattia? Con sopraffazione o con determinazione?

La letteratura scientifica dimostra ampiamente quanto l’atteggiamento mentale e la predisposizione ottimista aiuti nel percorso di guarigione.

Per questo in Mission Empathy abbiamo sviluppato un progetto scientifico che avvalendosi anche dell’utilizzo della wearable technology, ambisce a dimostrare che l’aumento delle emozioni positive non determinano solo un aumento dello stato di benessere, ma anche una riduzione dell’utilizzo di antidolorifici, sedativi e giorni di degenza. Ci vorrà del tempo, ma non vediamo l’ora di ottenere risultati evidenti e validi scientificamente che possano confermarne l’importanza e la necessità della presa in carico dello stato emotivo.

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Raccontaci nel dettaglio le attività di Mission Empathy volte a migliorare il percorso terapeutico e l’ospedalizzazione. C’è un’attività che ha portato più risultati rispetto alle altre?

Si tratta di laboratori STEAM, svolti tutti dai professionisti della nostra Academy: chimici, fisici, ingegneri, architetti, biologi etc, preparati psicologicamente per affrontare l’ospedale.

Strutturano i loro laboratori didattici ed inclusivi a misura di bambino.

Le attività vengono ‘sperimentate’ da un TEAM di Bambini prima di arrivare in ospedale. Selezionate in base alla regione, all’età e alla patologia.

Sono molto diverse: scacchiterapia, musicoterapia, la proiezione di un planetario sul soffitto del reparto spiegandone le costellazioni, la musica del DNA, gli esperimenti di chimica e fisica.

Non posso dire che un’attività porti più risultati di un’altra, perché l’obiettivo è trasmettere attraverso le attività le emozioni positive. E le preferenze dei bambini sono varie ed influenzate molto anche dall’età, nonché dal tipo di patologia e dalle condizioni in cui si trovano.

 

Cosa consiglieresti ad una donna che vuole lanciare un progetto simile al tuo?

Prima di darle un consiglio, le vorrei fare una domanda. Quanto ci credi in ciò che stai costruendo? Quanto hai intenzione di sacrificarti?

Bene! Se c’è abnegazione e passione allora non posso che consigliare di intraprendere questa splendida ed impervia strada di montagna. Ad ogni passo le pietre sotto i piedi scalzi ti feriranno, ma il cuore e gli occhi esploderanno di gioia e soddisfazione. Mission Empathy per noi è come una figlia che richiede cure ed attenzioni costanti. E noi siamo lì sempre pronti ad offrirgliele.

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