Donne vittime di femminicidio: i numeri non si fermano

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Se domani tocca a me voglio essere l’ultima.

Questo è il titolo della poesia di Cristina Torre Cáceres divenuta virale dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, ennesima vittima di una piaga sociale che sembra non fermarsi. Giulia non è stata affatto l’ultima e pochi giorni dopo un’altra donna, Rita, è stata strangolata dal marito.

106 donne.

106. Questo è il numero di donne vittime di femminicidio dal 1° gennaio al 21 novembre 2023.

Numeri atroci che sembrano non fermarsi.

106 è, inoltre, solo il numero delle donne uccise ma se contassimo anche le donne vittime di molestie, botte, stupri o attacchi con l’acido il numero crescerebbe ancora.

Ma come può, nel 2023, accadere ancora una cosa simile?

Il problema più radicato lo troviamo sicuramente nella società in cui viviamo. È evidente come ci sia ancora una base profonda di superiorità dell’uomo nei confronti della donna.

Ancora in tempi recenti possiamo notare una netta differenza sostanziale, visibile in numerosi atteggiamenti e situazioni. Ad esempio c’è ancora la convinzione sociale per cui il ragazzo possa dire e fare quello che vuole senza colpe, mentre la ragazza viene additata per un vestito troppo corto o un comportamento non ritenuto adeguato.

È ancora troppo presente nella società l’ideale di donzella da salvare e proteggere.

Sicuramente l’origine di questo ha delle radici storiche ben precise in quanto la maggior parte delle società hanno avuto strutture patriarcali in cui il potere, le risorse e le decisioni erano concentrate prevalentemente nelle mani degli uomini. Questo modello è stato trasmesso attraverso le generazioni.

In alcune società, il concetto di potere e dominio può influenzare il comportamento degli individui. Ciò può portare alcuni uomini a considerare le donne come oggetti di possesso o a cercare di esercitare il controllo sulla loro sessualità.

I social e le challenge online sicuramente non aiutano

Al giorno d’oggi vige spesso il concetto “è sempre colpa di qualcun altro”. Finché le situazioni non si vivono in prima persona è sempre responsabilità di qualcuno, non nostra.

Viviamo ina società in cui è talvolta più importante il concetto del gruppo che l’individuo in sé e perciò diventa più facile stare in silenzio che far notare l’errore, come può essere una molestia verbale. Cosa apparentemente piccola ma che, invece, piccola non è.

Perché purtroppo e, complici anche i social che riportano tutto alla velocità della luce, diventa quasi più importante sembrare inseriti in un determinato contesto sociale che esser davvero consapevoli delle proprie parole o azioni.

Giulia Cecchettin e la visione distorta e morbosa dei social

Spesso si ha l’idea che ci sia un attaccamento quasi maniacale a determinate vicende e questo è, forse, il caso di Giulia.

Ovunque sono stati riportati video dettagliati dell’aggressione accompagnati da ricostruzioni illustrate.

Un comportamento sensato, perché è importante parlarne, ma al tempo stesso distorto. Si pone l’attenzione più sul come che sul problema in sé del femminicidio.

Del resto, si deve trovare una motivazione per l’omicidio di una ragazza di 22 anni. Non si può attribuire semplicemente al senso di possesso e di controllo che un ragazzo suo coetaneo era convinto di avere nei suoi confronti.

Ed ecco che i media, i social, la stampa ne creano una storia romanticizzata.

Filippo Turetta, l’assassino, descritto come un ragazzo timido e riservato che preparava i biscotti alla vittima.

Il luogo dove è stato ritrovato il corpo di Giulia era un posto che i due frequentavano spesso. Romantico.

Giulia diventa una delle tante vittime.

L’obiettivo della stampa era, naturalmente, quello di avvicinare i lettori alla vittima ma il rischio finale è quello di depersonalizzarla e creare, invece, un’identità precisa al bravo ragazzo: l’assassino.

Il passo tra il fatto in sé e il fatto morboso è breve e in una società in cui i social e la divulgazione sono così veloci questo fa tanto.

Ma cosa si può fare? 

Sicuramente è necessaria una rieducazione generale dei ragazz* Un’educazione al rispetto e al consenso, concetti che dovrebbero essere alla base ma che, purtroppo, non lo sono.

Potrebbe essere necessaria l’introduzione a scuola di ore dedicate proprio a questo: una sorta di educazione culturale. Abbiamo visto che le famiglie non sempre sono in grado di farlo e la scuola è l’unico luogo esterno in cui l’adolescente deve andare per forza.

Sono necessarie più battaglie, si deve parlare sempre di più del problema, senza ignorarlo o sminuirlo come è stato fatto negli ultimi anni.

Si parla sempre di numeri ma non si fa nulla per diminuirli.

La comprensione dei possibili fattori che contribuiscono alle molestie può essere utile nell’affrontare il problema da una prospettiva più ampia ma la priorità deve rimanere la lotta per porre fine a tali comportamenti e promuovere un mondo in cui ogni individuo possa vivere senza paura di molestie o discriminazioni sessuali.

Qualche passo avanti

Nonostante l’aula semivuota (si, proprio così), il Senato ha votato all’unanimità il DDL contro la violenza contro le donne. Il DDL prevede tempi più rapidi per la magistratura per valutare le situazioni a rischio.

La legge introduce, inoltre, l’uso di un braccialetto elettronico e l’obbligo di mantenere una distanza di 500 metri dai luoghi frequentati dalla vittima.

È abbastanza?

Probabilmente no, ma l’importante è il passo avanti fatto, l’ammissione del problema nella società e la volontà di cambiare le cose.

E come dice la sorella di Giulia Cecchettin: Non fate un minuto di silenzio, bruciate tutto.

 

A cura di Elena Massaro

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