Stop lavoro minorile: per un mondo child labor free

168 milioni di bambini sfruttati attraverso il lavoro minorile. Per contrastarlo nascono, nel settore tessile e dell’abbigliamento, le etichette di garanzia.

Il lavoro minorile è uno dei grandi mali ancora presenti in una società che chiede alla moda prezzi di mercato sempre più bassi, non sapendo (o fingendo di non farlo) che in molti casi i modi usati per ottenerli travalicano i confini della legalità. Concentrato soprattutto nelle aree più povere, il lavoro minorile è un fenomeno che conta ancora più di 150 milioni di bambini schiavi di impieghi “che mettono a rischio la loro salute mentale e fisica e li condannano ad una vita senza svago né istruzione”. È l’Unicef, da sempre impegnata nella lotta per i diritti dell’infanzia, a dirlo. Così, dal 2002 l’ILO – International Labour Organization – ha lanciato la Giornata Mondiale contro lo sfruttamento del Lavoro Minorile, celebrata ogni anno il 12 giugno, soprattutto dalle associazioni attente ai diritti dei bambini.

Il mondo della moda è uno tra i più a rischio per quanto riguarda lo sfruttamento minorile. Perciò sono nate forme di opposizione interessanti a questa pratica: l’associazione no profit GoodWeave International si impegna, ad esempio, per bloccare il fenomeno all’interno del settore dell’industria tessile. Operativa in sei paesi (Afghanistan, India, Nepal e i paesi consumatori Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti), l’associazione rilascia un’etichetta di certificazione a garanzia che nessun minore è stato utilizzato per la realizzazione del tappeto realizzato dall’azienda. In cambio l’azienda si impegna a firmare un contratto che autorizza ispezioni casuali e senza preavviso. Se dai controlli emerge la presenza di bambini sul luogo di lavoro viene loro offerta la possibilità di tornare a scuola e il produttore perde la certificazione.

Se le campagne di GoodWeave coprono uno spazio internazionale e un settore particolarmente a rischio, pochi giorni fa ha fatto notizia la scelta simile della fondazione neozelandese Child Labor Free. Il “movimento” nasce dalla presa di coscienza che i giocattoli destinati ai centri per l’infanzia potrebbero esser stati realizzati proprio attraverso lo sfruttamento del lavoro minorile. “Con una vita di esperienza come educatori per l’infanzia, questo è fortemente in contrasto con la nostra visione di un mondo in cui i bambini sono liberi di essere bambini”, sono le parole che presentano perfettamente e in modo sintetico il cuore del progetto. Un progetto che crede nella possibilità di cambiare la situazione attuale, il cui scopo finale è quello, appunto, di eliminare la pratica del lavoro minorile. Per raggiungere questo ambizioso traguardo Child Labor Free, in linea con il sistema di etichette realizzato da GoodWeave per il mercato tessile, ha introdotto la certificazione dei marchi di abbigliamento che non utilizzino la manodopera di minori. A questi è richiesta la dimostrazione che non si faccia uso di lavoro minorile in alcuna parte della catena di produzione degli abiti immessi infine sul mercato. Sempre nell’ottica della totale trasparenza e veridicità del “child labor free” la fondazione ha affermato, come riporta già il The Guardian, che la frequenza delle ispezioni in fabbrica senza preavviso “dipenderà dalle circostanze specifiche di ciascuna azienda, le leggi locali in atto e livelli determinati di rischio per ogni posizione.”

Non manca però lo scetticismo dovuto alla convinzione che i controlli non siano sufficienti per raggiungere l’obiettivo proposto (nel 2011, il business delle ispezioni etiche di ben 80 milioni di dollari all’anno non è comunque riuscito a impedire le tragedia del Rana Plaza e dell’Ali Enterprises in Pakistan. Anzi, quest’ultima azienda aveva ottenuto poche settimane prima una certificazione da parte della Sai – Social Accountability International). Di certo, comunque, i due esempi mostrano come il problema insostenibile del lavoro minorile vada affrontato, meglio se da diverse prospettive. Iniziare toccando i settori di abbigliamento, tessuti e tappeti sembra, allora, esser almeno un buon punto di partenza.

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