Il 18 dicembre 1946 nasce Steven Spielberg, regista, produttore e autore di film del calibro di Jurassic Park, Lo squalo, E.T. e molti altri.
Nel finale di The Blues Brothers, interpreta l’impiegato dell’ufficio imposte che incassa i soldi di Jake ed Elwood. Potrebbe quasi sembrare un acido omaggio del perfido John Landis al collega che, già nel 1980, ha collezionato quasi sempre notevoli incassi.
Regista e/o produttore di capolavori ammirati e studiati in tutto il mondo, Steven Spielberg è uno dei pochissimi autori di cui si può dire che, senza di lui, il cinema dell’ultimo mezzo secolo sarebbe irriconoscibile. Un’inventiva che ha letteralmente plasmato l’immaginario di generazioni, con la saga di Indiana Jones, Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., Hook, Jurassic Park e molti altri. O anche da produttore di “inezie” come Ritorno al futuro, Poltergeist, I Gremlins. Ammira moltissimo Fellini e ne eredita lo sguardo fiabesco sulle cose del mondo (e dei mondi), desideroso di stupirsi prima ancora che di stupire, derivante da un’ineguagliabile capacità di restare legato a fantasie, ricordi, entusiasmi, paure dell’infanzia che diventerà il suo marchio di fabbrica. I giovanissimi sono un organo vitale dell’universo spielberghiano, da entrambe le parti dello schermo. Spielberg dimostra di saper entrare in sintonia con loro come pochissimi, forse nessuno, prima di lui. Guardacaso, infanzia e giovinezza sono una costante nel cinema dei suoi adepti Joe Dante, Lawrence Kasdan, Chris Columbus, Robert Zemeckis, Tobe Hooper.
Al tempo stesso, Spielberg si dimostra da subito un regista incontestabilmente “adulto”, capace di scandagliare temi oscuri, come con Sugarland Express, Duel, Lo squalo, e di mettere la sua grandiosa capacità di costruzione spettacolare al servizio della narrazione storica, quasi sempre attraverso pagine drammatiche: il razzismo de Il colore viola, Amistad, Lincoln i mostri del Novecento con L’impero del sole, Schindler’s list, Salvate il soldato Ryan, Munich o, perché no, 1941: allarme a Hollywood.
Steven Allan Spielberg nasce a Cincinnati, Ohio, il 18 dicembre 1946. Suo padre è un ingegnere elettronico, sua madre una pianista. La tecnica e l’arte che si sublimano, si può dire fin dalla nascita, in una sfrenata passione per il grande schermo. A 10 anni, con la cinepresa del padre, gira un cortometraggio, The Last Train Wreck, che proietta poi davanti a una piccola platea di parenti e amici. Costo del biglietto: 25 centesimi. Continua a realizzare film amatoriali nell’adolescenza finché, a 20 anni, non ottiene un lavoretto estivo agli Universal Studios. Il suo apprendistato si conclude con la realizzazione del cortometraggio Amblin’, che viene premiato all’Atlanta Film Festival. La Universal premia il giovane apprendista con un contratto da regista nella sua divisione televisiva. Spielberg inizia così a dirigere telefilm e film per il piccolo schermo. Nasce in tv quella che viene considerata ufficialmente la sua opera prima: Duel (1971), la lotta per la sopravvivenza di un automobilista braccato da un camionista assassino sulle interminabili strade del deserto. Il maniaco non si vede mai in faccia, l’unico volto che conta è quello dell’autocisterna impazzita, simbolo di un istinto omicida cieco e implacabile, che costituisce un’anticipazione della lotta di Roy Scheider, Richard Dreyfuss e Robert Shaw contro la creatura divoratrice dell’oceano.
Il percorso sul grande schermo inizia con tre grandi successi: Sugarland Express, Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Spielberg matura la sua predilezione per il cinema avventuroso, sul quale innestare una commistione di più generi. Non è a suo agio con la commedia, lo conferma la sua prima battuta d’arresto al botteghino con 1941: Allarme a Hollywood (1979). Prodotto dalla Paramount, sulla carta dovrebbe essere un altro trionfo, con un cast all stars dominato dall’aviatore pazzo John Belushi, impiegato in una sarabanda di episodi sulle psicosi e le paure dei cittadini della California dopo il bombardamento di Pearl Harbor, ossessionati dall’idea di un’invasione giapponese. Il pubblico del post-Vietnam dimostra di non apprezzare affatto l’umorismo sulla guerra, ancor meno sul suolo patrio. Inoltre si percepisce chiaramente l’imbarazzo di un regista ormai maestro nell’azione ma a disagio con i tempi comici.
Dopo l’insuccesso, naturalmente Spielberg incontra notevoli difficoltà per il progetto successivo. Rifiutato da tre case di produzione, riesce ad accordarsi di nuovo con la Paramount, che però stavolta non vuole corre rischi e impone regole e budget rigorosissimi. I predatori dell’arca perduta nasce così, insieme a un nuovo re del cinema.
Spielberg festeggia il suo sessantanovesimo compleanno con l’uscita in Italia, il 16 dicembre, del suo nuovo thriller Il ponte della spie, spy-story ambientata nella Guerra fredda, in cui dirige per la quarta volta l’amico Tom Hanks.

