Cannes e oltre: i mercenari, un comico a Rai Uno e fama social

I Mercenari arrivano a Cannes in carrarmato, Grillo sbraita a Porta a Porta e la gente è alla ricerca ossessiva di Mi Piace.

Non accendevo la televisione dal ’96, come il mio maestro Michele. Ieri c’era un’eccezione che mi ha fatto dimenticare il carrozzone StalloneGibsonStathamFordSchwarzeneggerBanderas che si presentano in carrarmato alla croisette, con il solito buon gusto mericàno, per promuovere I mercenari 3 (che poi gli altri due prima male non erano affatto).

L’eccezione era un programma porta a porta, noleggiato per un’ora e passa da quello del movimiènto coi soldi della Rai, cioè pubblici, ossia quegli stessi soldi del canone che lui dichiara di non pagare da qualche anno. Dopo un’ora di dichiarazioni deliranti al 96%, trattengo i conati e decido di ritornare al cinema. Lo so, Direttò, non facciamo politica qua, ma come si fa, come?

Siamo circa a metà festival e di emozioni vere, a parte le italiane, non ne ho provate. Cronenberg col suo Maps to the stars in realtà potrebbe suscitarmene qualcuna e forse anche raccontare la metà oscura di Hollywood, magari essendo anche incisivo riguardo al discorso dell’ossessione per la fama (e la fame) che caratterizza i nostri tempi.

Ma è ancora così? C’è ancora ossessione per la fama? Lentamente FB sta introducendo un nuovo concetto di ‘fama’, basata su una sorta di culto personale, miniaturizzato, fatto di poche centinaia di adepti per volta, intercambiabili, che elargiscono pollici recti e ‘mi piace’ a frasi tutto sommato banali, 24 ore al giorno. E’ un processo lento di cui non vediamo l’opera completa, perché siamo ancora avvolti nella trama, ma sono convinto che presto tutto questo prenderà derive seriamente religiose. Il culto di noi stessi e amen.

Convinto che tutto quello che ho scritto finirà di certo su FB, chiudo l’esperienza di ieri, culminata in un hamburger serale di branzino, cotto in forno a 180°+insalata+mela verde+chinottoneriilchinottoperdavvero, con la solita nota di costume e società. L’indimenticata Selma Hayek, un mito per una generazione di tarantiniani come la mia, prima della sua passerella mostra un cartello con la scritta #BringBackOurGirls, riferendosi alle studentesse rapite in Nigeria. Sottoscrivo anch’io, e alzo il mio cartello virtuale, pur senza hashtag o come cavolo si dice.

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