Aperitivi, cene, hobby ed eventi scandiscono il tempo libero, mentre dire «questo mese non posso» rimane ancora difficile.
Ci sono inviti ai quali rispondiamo con entusiasmo. E altri ai quali rispondiamo dopo aver aperto l’app della banca.
Arriva un messaggio sul gruppo: “Ragazzi, aperitivo venerdì?”. Prima di rispondere si fanno due calcoli. Non si pensa soltanto a ciò che si ordinerà, ma anche alla benzina, al parcheggio e alle altre spese della settimana. Alla fine si scrive: “Questa volta passo”.
Succede a molti, prima o poi. Non perché non abbiamo voglia di vedere gli altri, ma perché, ancora prima di decidere se uscire, dobbiamo capire se possiamo permettercelo.
Il costo della socialità è entrato silenziosamente nei calcoli quotidiani, fino a condizionare anche gli inviti più semplici.
Nessuno dice apertamente: “Mi piacerebbe esserci, ma questo mese non posso spendere altri trenta euro”. È più facile trovare una scusa: dire che siamo stanchi, che il giorno dopo dobbiamo alzarci presto o che sarà per la prossima volta.
E la prossima volta, a volte, non arriva.
Il caffè come biglietto d’ingresso
“Ci vediamo?”
“Volentieri.”
“Dove?”
È qui che accade qualcosa di curioso. Quasi senza pensarci, iniziamo a cercare qualcosa da consumare: un caffè, una birra, una pizza, un aperitivo, una cena, il cinema. È molto più difficile che qualcuno risponda semplicemente: “Facciamo due passi”.
Non perché non ci piaccia camminare, ma perché abbiamo imparato a pensare che stare insieme richieda un’attività. E quell’attività, quasi sempre, ha un prezzo.
Non c’è nulla di sbagliato nel bere un caffè con un amico, andare al cinema o trascorrere una serata in un locale. Il problema nasce quando queste diventano le sole possibilità che riusciamo a immaginare.
Il punto non è il prezzo di un caffè. Il punto è che il caffè sembra essere diventato il requisito minimo per condividere un’ora con qualcuno.
Oggi quasi ogni forma di socialità passa attraverso un consumo: la palestra, il corso di ceramica, il brunch, il concerto, il cinema, l’escape room, il trekking organizzato, il festival, la degustazione. Perfino molte occasioni create espressamente per conoscere persone nuove prevedono un’iscrizione o un biglietto.
Non è il consumo in sé il problema. È il fatto che sia diventato il presupposto di quasi ogni incontro.
Il costo della socialità e del tempo libero
Per chi si barcamena tra stipendi bassi, affitti elevati e un costo della vita sempre più pesante, avere una vita sociale richiede un budget.
Fare sport significa spesso pagare un abbonamento. Coltivare un interesse può richiedere un corso, un’iscrizione o delle attrezzature. Partecipare a un evento comporta un biglietto. Anche vedere un amico implica una piccola spesa che, sommata a tutte le altre, pesa sul bilancio del mese.
Il tempo libero non è più soltanto tempo libero. È diventato un bene da acquistare.
Negli ultimi anni la stampa internazionale ha iniziato a utilizzare il termine friendflation per descrivere il costo crescente del mantenimento delle amicizie. Il fenomeno comprende cene, aperitivi e weekend, ma anche matrimoni, compleanni e celebrazioni sempre più elaborate. La parola unisce amicizia e inflazione, ma racconta qualcosa che va oltre l’aumento dei prezzi: la pressione a spendere per poter partecipare alla vita delle persone alle quali vogliamo bene.
Quando ogni occasione di socialità richiede una spesa, la possibilità di coltivare le relazioni comincia a dipendere anche dal reddito.
Gli inviti che non possiamo accettare
Ci sono persone che non stanno diventando più solitarie. Stanno semplicemente diventando più attente a ogni euro che spendono.
Ricevono un invito e, per una frazione di secondo, non pensano alla compagnia ma al costo. È un pensiero che arriva prima ancora della felicità di vedersi.
Le amicizie raramente finiscono con una discussione definitiva. Più spesso si allontanano in silenzio: un aperitivo saltato, una cena rimandata, quel concerto al quale “stavolta no”, il viaggio che si farà “magari l’anno prossimo”.
Chi attraversa un periodo economicamente difficile inventa scuse. Chi vive una condizione precaria comincia a dire “questa settimana passo”. Una volta, due volte, dieci volte. Alla fine non è soltanto il portafoglio a svuotarsi, si riducono anche le occasioni di incontrarsi.
Le relazioni possono sfilacciarsi rinvio dopo rinvio, non per mancanza di affetto, ma perché uscire anche solo un paio di volte alla settimana diventa una spesa che non tutti possono sostenere.
E parlare di denaro tra amici resta difficile. Dire di essere stanchi espone meno che ammettere di non potersi permettere una cena.
Città ricche di offerte e povere di spazi
Un tempo le relazioni occupavano maggiormente gli spazi pubblici: la piazza, il muretto sotto casa, il parco, la panchina, il cortile, il lungomare. Luoghi imperfetti, a volte scomodi, ma nei quali era possibile incontrarsi senza uno scontrino sul tavolo.
Non vogliamo idealizzare il passato: anche il bar di quartiere era un’attività commerciale e non tutti gli spazi erano sicuri, accoglienti o realmente accessibili. Eppure esisteva una maggiore familiarità con il semplice stare: incontrarsi senza un programma, fermarsi senza dover giustificare la propria presenza attraverso un acquisto.
Oggi viviamo in città apparentemente piene di possibilità e contemporaneamente povere di spazi. Abbiamo locali, centri commerciali, eventi e festival, ma pochi luoghi nei quali sia possibile fermarsi a lungo senza sentirsi clienti.
Le città contemporanee sembrano progettate più per il movimento che per la permanenza. Si attraversano, si consumano, si fotografano, ma si abitano sempre meno.
Quante panchine invitano davvero a fermarsi? Quanti parchi sono pensati per essere vissuti e non soltanto attraversati? Quante piazze sono ancora luoghi di comunità e non scenografie per il turismo, il commercio o gli eventi?
Non sono domande marginali. Riguardano l’urbanistica, ma anche la politica, perché progettare una città significa decidere come le persone potranno vivere insieme.
Che cosa sono i “terzi luoghi”?
Alla fine degli anni Ottanta il sociologo statunitense Ray Oldenburg ha definito “terzi luoghi” gli spazi diversi dalla casa e dal lavoro nei quali le persone possono incontrarsi informalmente. Sono luoghi accessibili, poco costosi, senza grandi pretese, nei quali la conversazione costituisce l’attività principale e la presenza abituale crea un senso di appartenenza.
Un terzo luogo non deve essere necessariamente gratuito: può essere un bar, una caffetteria, una biblioteca o uno spazio di quartiere. Deve però permettere alle persone di frequentarlo con una certa libertà, senza trasformare il reddito in una barriera all’ingresso. Oldenburg considerava questi luoghi importanti non soltanto per le relazioni personali, ma anche per la vita comunitaria e democratica. Il concetto continua infatti a essere utilizzato per riflettere sul legame tra spazi condivisi, appartenenza e partecipazione.
Quando questi luoghi scompaiono o diventano troppo costosi, diminuiscono anche le occasioni di incontro spontaneo. Le relazioni devono essere programmate, organizzate e, quasi sempre, acquistate.
A questo si aggiungono forme di progettazione urbana che scoraggiano la permanenza. Panchine inclinate o divise da braccioli, superfici sulle quali è impossibile sedersi e altri elementi di architettura ostile stabiliscono chi può utilizzare uno spazio e in quale modo. Sono soluzioni rivolte soprattutto contro le persone senza fissa dimora, ma finiscono per rendere lo spazio pubblico meno accogliente per tutti.
Una panchina non è soltanto un elemento dell’arredo urbano. È un luogo nel quale possono nascere una conversazione, una conoscenza o un’abitudine condivisa. Se impedisce di fermarsi, non modifica soltanto il paesaggio: riduce una possibilità di relazione.
La solitudine può essere anche economica e urbanistica
La solitudine viene spesso raccontata come un problema individuale o generazionale. Si parla di smartphone, social network, ansia sociale e incapacità di costruire rapporti profondi.
Molto più raramente ci chiediamo se anche le città e il costo della vita abbiano una responsabilità.
Se incontrare gli altri costa, inevitabilmente qualcuno resta a casa. Se mancano luoghi accessibili nei quali fermarsi, l’incontro spontaneo diventa più difficile. Se ogni interesse deve trasformarsi in un corso e ogni passione in un abbonamento, anche il bisogno di appartenenza diventa un mercato.
Una parte della solitudine contemporanea potrebbe quindi essere non soltanto psicologica, ma anche economica e urbanistica.
Non abbiamo smesso di avere bisogno degli altri. Abbiamo iniziato a pensare che per incontrarli serva sempre un motivo e quasi sempre quel motivo ha un prezzo.
Il diritto di stare senza comprare
Forse dovremmo ricominciare a considerare il tempo condiviso come un valore in sé. Passeggiare senza una meta precisa, sedersi in una piazza, restare in un parco fino al tramonto, incontrarsi per parlare e basta.
Non per nostalgia di un passato idealizzato e nemmeno per rinunciare ai luoghi e alle attività che amiamo. Piuttosto, per recuperare la possibilità di scegliere.
Una società nella quale ogni relazione passa dal consumo rischia di trasformare la socialità in un privilegio invece che in un diritto. Una comunità, invece, non si costruisce soltanto attraverso ciò che compra, ma anche attraverso gli spazi e il tempo che condivide.
Le relazioni hanno ancora bisogno della stessa cosa di sempre: tempo condiviso, non necessariamente tempo acquistato.
Una città non dovrebbe essere giudicata soltanto per i suoi ristoranti, i suoi negozi o il numero di eventi che organizza. Dovrebbe essere valutata anche attraverso una domanda molto più semplice: quanto costa stare insieme?
Ma la domanda non riguarda soltanto chi amministra e progetta le città. Riguarda anche noi.
Prima di pensare che un amico si sia allontanato o non abbia più voglia di vederci, potremmo chiederci quante volte gli abbiamo proposto qualcosa a cui potesse partecipare senza dover spendere.
Dietro molti “questa volta passo” potrebbe non esserci disinteresse. Potrebbe esserci una persona che si sente sola, ma continua a rifiutare perché non può permettersi il prezzo dell’invito.
La prossima volta che un amico dirà di no, prima di smettere di invitarlo potremmo cambiare proposta. Non un altro aperitivo, una cena più economica o un evento meno costoso. Semplicemente una passeggiata, una panchina, qualche ora insieme senza nulla da comprare. Perché forse non aveva smesso di volerci vedere, forse non poteva più permettersi il modo in cui continuavamo a chiederglielo.

