Addio a Giuliano Gemma

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Con Giuliano Gemma se ne va uno dei protagonisti della “generazione di mezzo” del cinema italiano

Se ne va quella generazione che ha mosso i primi passi durante la stagione gloriosa di Cinecittà degli anni ’50 e ’60 ed ha attraversato il cinema “di genere” degli anni ’70

Nel 1965, con la fortunata saga di Ringo, sotto la regia di Duccio Tessari, Gemma dà vita ad un personaggio che si inserisce nel filone dello “Spaghetti western”, mantenendo quella linea satirica ed ironicamente feroce del Maestro (ineguagliato ovviamente) Sergio Leone ma anticipa, con un notevole spirito moderno, la vena parodistica di “Trinità”. Nel 1976 Valerio Zurlini lo vuole alla guida di un cast all stars per la versione cinematografica del capolavoro letterario di Dino Buzzati “Il deserto dei Tartari”. Giuliano Gemma sarà un sofferto e silenzioso tenente Drogo, ufficiale asburgico che trascorre l’intera vita alla periferia dell’Impero, in attesa di un nemico che non riuscirà a veder arrivare. Ma è nell’incontro con Pasquale Squitieri, uno dei registi “contro” degli anni ’70 che arriva forse il più grande risultato della carriera. Nel 1977, con “Il prefetto di ferro”, Gemma, per la prima volta senza doppiaggio, interpreta Cesare Mori, il prefetto inviato nella Sicilia degli anni ’20 che inizia a fare piazza pulita della mafia e, dopo molte vittorie, riceverà una promozione che lo rispedirà a Roma in pompa magna, con la qualifica di Eroe, ma senza aver potuto completare l’opera. Un film che, una volta tanto, soprattutto per i suoi tempi, restituisce l’immagine di un italiano incorruttibile e lontano da stereotipi cialtroneschi. Pochi accenni sulla parabola artistica di Giuliano Gemma quindi, certo non esaustivi ma forse utili per tracciare l’immagine di un attore che ha contribuito a scrivere pagine più che pregevoli del nostro cinema. Pregevoli ma troppo spesso poco conosciute, soprattutto da giovani e giovanissimi, abituati ad associare gli anni ’70 all’umorismo da caserma o, bene che vada, al poliziottesco.

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