La corte dei privilegi. Tra benefit e pensioni d’oro

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Il bocconiano Perotti lo ha definito “il più grande scandalo della pubblica amministrazione in Italia”. E i numeri non possono che dargli ragione. Parliamo della Corte Costituzionale, l’organismo che secondo la nostra Costituzione è chiamato a giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni; sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni; sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione”.

Dunque, l’organo supremo di garanzia del nostro ordinamento, nei confronti del quale non esiste possibilità di appello. E che, in virtù del principio di autodichia, è al di sopra di ogni controllo contabile e amministrativo. Corte dei Conti inclusa. Quindi nessun freno a spese, privilegi e benefit. A partire dagli stipendi d’oro dei giudici italiani. Secondo lo studio dell’economista de lavoce.info, il compenso lordo del presidente ammonta a 549 mila  407 euro, mentre quello di un componente della Corte si abbassa di circa centomila euro: 457 mila 839 euro, per la precisione. In Gran Bretagna, i colleghi dei nostri giudici costituzionali incassano ogni anno 217 mila euro, meno della metà. In Canada ci si discosta di poco: 234 mila euro per il presidente, 217 mila per i semplici togati. Ma il meglio lo si registra negli Stati Uniti: il presidente della Corte Suprema ha una retribuzione di 173 mila euro, mentre gli altri si fermano a 166, cioè un terzo di quanto incassano i componenti della nostra Consulta. Ma lo stipendio non tiene conto di molti altri ‘pagamenti’ assai poco trasparenti per una Istituzione che dovrebbe essere cristallina e al di sopra di ogni sospetto. Si va dall’auto blu a disposizione in ogni momento, con tanto di tessera Viacard e Telepass, ai biglietti ferroviari, aerei e di altri mezzi di trasporto. Ogni giorno di lavoro di ciascun ermellino, che a disposizione due autisti, costa alle casse dello Stato 750 euro. 2,25 milioni all’anno, 150 mila a giudice. I 15 guardiani della Costituzione dispongono anche di telefonino, pc portatile e di un’utenza telefonica domestica a spese dei cittadini. Poteva mancare il loft vista Quirinale? Neanche per sogno: ogni togato può usufruire di una foresteria composta da uno o due locali con annessi servizi igienici e angolo cottura. Senza poi contare lo staff: ogni giudice può avere fino a 4 assistenti di studio e 5 addetti alla segreteria. Un capitolo a parte è quello delle pensioni. L’assegno medio è di 200 mila euro l’anno, attualmente erogato a 20 giudici e 9 superstiti: 5,8 milioni nel complesso. Non se la passano male nemmeno i dipendenti, che prendono mediamente 70 mila euro l’anno e fanno alzare la spesa pensionistica della Consulta a 13,5 milioni.

Ma su tutto questo pesa un’altra pratica sconveniente segnalata dal leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni in una lettera al Capo dello Stato, nella quale il capogruppo alla Camera di FdI ha messo sotto accusa il sistema attraverso cui i giudici fanno lievitare i propri assegni pensionistici. La Costituzione prevede che la carica di presidente della Consulta sia di natura elettiva e che il mandato duri di norma 3 anni o anche 6 in caso di rielezione. Per prassi, invece, la Consulta elegge alla carica di presidente il membro più anziano di nomina, che resta in carica pochi mesi prima della scadenza del triennio per termine del mandato di giudice costituzionale. Salvo rarissime eccezioni, tutti i giudici della Corte cessano il loro incarico con la carica di Presidente. Il risultato? Un’indennità maggiorata del 20%, una liquidazione più alta e una corposa pensione da ‘emerito’. Alla faccia della povera gente, della meritocrazia e della Costituzione.

di Paolo Quadrozzi

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