Unione europea: dentro o fuori? L’austerità è la ricetta giusta?

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Nelle scorse settimane l’ECOFIN, il Consiglio composto dai ministri dell’economia e delle finanze dell’Unione europea, ha trovato l’accordo che da vita ad un unico fondo salva-banche. L’obiettivo dell’accordo è di permettere che le crisi bancarie vengano controllate ed isolate, visto quanto è successo con il fallimento della statunitense Lehman Brothers.

Vediamo cosa prevede. Innanzitutto si darà vita ad un fondo dal quale si attingerà ogni volta che una banca ne necessiterà per evitare una crisi, dopo però aver utilizzato tutte le risorse in suo possesso e l’approvazione di un Board, ossia un organismo che su impulso della Banca centrale europea gestirà la crisi decidendo se salvare o meno la banca. Come verrà finanziato questo fondo? Bene, il finanziamento sarà privato ossia sostenuto dalle banche e potrà essere definito “comune” solo dopo 10 anni, poiché nel periodo antecedente i fondi rimarranno divisi per Stati. I prossimi passi saranno la posizione del parlamento europeo e la negoziazione di un accordo intergovernativo. Un elemento particolare è la possibilità di partecipare al fondo anche per i Paesi non facenti parte dell’ “eurozone”.

L’Unione europea ha quindi deciso di attuare delle misure preventive ad un ipotetico ed ulteriore terremoto finanziario che avrebbe come epicentro l’Europa consegnando un paracadute di emergenza agli istituti bancari. Le fasce della popolazione colpite dalla crisi hanno un vetro “da infrangere in caso di emergenza” ? Trovare una risposta soddisfacente risulta alquanto difficile. L’Italia secondo le proiezioni passerà dall’attuale ottavo posto al quindicesimo, tra i Paesi più industrializzati nei prossimi 15 anni. La ricetta dell’austerità, tanto cara alla Cancelliera Merkel, sta colpendo il nostro Paese portandolo ancora più in profondità come se il nostro “Stivale” fosse legato ad un macigno e poi gettato in mare. Certamente non si può rimanere attoniti dalle pressioni fatte dall’esterno per via del nostro debito pubblico secondo in Europa dopo la Grecia, visto che stesso i nostri “nonni” e “padri” politici l’hanno generato. Nello stesso tempo sono più che comprensibili le posizioni di alcuni partiti politici, delle famiglie, dei cittadini e degli imprenditori che si schierano contro le misure adottate in nome del riassetto dei conti.

Intanto aumentano le voci che invocano l’uscita dell’Italia dall’euro, ma quanto costerebbe al Paese? E’ facile prevedere una situazione economica simile alla Germania del primo dopoguerra con un basso potere d’acquisto, una valuta nazionale debole che permetterebbe un aumento delle esportazioni ma una diminuzione delle importazioni ed infine una svalutazione ed una svendita di tutti i nostri beni immobili e nazionali pur di racimolare liquidità nei nostri depositi. Invece potrebbe  essere un aiuto alla ripresa economica una riduzione dell’influenza tedesca nel processo decisionale con una maggiore coesione e solidarietà tra i Paesi membri. Insomma, più Europa e meno Germania. Ma non solo. Ci sarebbe da chiedere quali effetti positivi avrebbero i Paesi colpiti dalla crisi se la Banca Centrale Europea (BCE)  avesse il potere di stampare moneta. Si potrebbe ridurre il valore dell’euro dando respiro ai Paesi fortemente indebitati, Italia e Grecia in primis. Intanto, mentre si da man forte alle banche, agevolate anche con un tasso di interesse ai minimi storici dello 0.25%, la forte pressione fiscale, i tagli alla spesa pubblica preferiti ad una migliore gestione delle risorse, l’assenza di riforme significative, l’influenza notevole della Germania nei centri decisionali europei, conducono un Paese malato come il nostro sempre più verso uno stato terminale.

A cura di Luigi Iannotti.

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