Vi ricordate quando in Svizzera ci chiamavano “ratti famelici”?

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Con il 50,3% di voti a favore, la Svizzera ha approvato il referendum sull’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, che ha lo scopo di porre un tetto al numero di cittadini dell’Ue sul suolo elvetico. Noi italiani, siamo stati i primi chiamati in causa.

Immaginate di rompervi una costola e di non poter gridare il vostro dolore perché vivete nascosti dentro una casa in totale segretezza. Nessun lamento è ammesso. Nessun passo di troppo sul pavimento. A questo ed altro erano costretti i figli clandestini degli italiani immigrati in Svizzera dopo gli anni Cinquanta. Questi “bambini nascosti” (almeno 30 mila), così come li ha definiti Marina Frigerio Martina, che ha dedicato un intero libro all’argomento, essendo entrati in territorio elvetico illegalmente, senza troppi giri di parole, non dovevano esistere agli occhi della collettività.

All’inizio degli anni Settanta, James Schwarzenbach, politico xenofobo svizzero, fu promotore di un referendum che voleva limitare il numero di lavoratori stranieri in Svizzera (il 54% dei quali erano italiani). Sebbene vi fu un record di affluenza alle urne, la proposta venne respinta. Schwarzenbach non sopportava che gli immigrati portassero con loro gli anziani, le mogli e i figli.

Rispetto a questi ultimi disse: “Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini svizzeri. Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale”.

Ieri come oggi, i problemi si ripetono. Questi italiani immigrati, che gli oltranzisti svizzeri qualche anno fa hanno definito come “ratti famelici”, arrivano con una modesta qualificazione professionale ed accettano salari nettamente inferiori agli standard, sconvolgendo così il mercato del lavoro locale. Tali parole le conosciamo bene, perché in Italia sono sulla bocca di tutti e generalmente sono riferite a quelli che nella catena della disperazione sono ancora più in basso di noi.

Proviamo tuttavia ad immaginare un simile referendum nella nostra Penisola. Con i tempi critici che l’economia italiana sta vivendo, il risultato sarebbe scontato e verosimilmente favorevole alla limitazione dei lavoratori stranieri. Inoltre, non dimentichiamo che gli italiani, con la vittoria del Movimento 5 Stelle, hanno capito che il “voto-sfogo”, il “voto-protesta” esiste e funziona. Perché mai non dovrebbero metterlo in pratica in tale occasione?

In mezzo a tutto questo ci sono loro: i topolini italiani, (giacché ratto è termine miserabile), quelli che hanno perso il lavoro o hanno visto fallire la propria impresa a causa della sleale concorrenza su cui nessuno vigila, che esprimono pareri negativi verso l’immigrazione, ma poi, allo stesso tempo, si ritrovano loro stessi ad emigrare.

L’esito dell’ultimo referendum svizzero, il cui risultato rappresenta comunque una forma di espressione diretta e democratica di un popolo che non fa parte dell’Ue ma geograficamente si trova nel cuore dell’Europa, deve servire da monito per quest’ultima. Il riflusso particolaristico delle singole nazioni è ormai dietro l’angolo e diventerà sempre più forte nelle nazioni mediterranee in caso di mancate risposte concrete alla crisi da parte dei rispettivi governi. Allo stesso tempo, la Svizzera non deve dimenticare che l’Ue è il suo primo partner commerciale, (nonché quarto mercato di sbocco del Made in Italy) e il metodo del “tutti contro uno”, di solito, ha sempre remato a vantaggio dei primi.

A cura di Silvia Di Pasquale.

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