Il rapporto tra Comics e Cinema esiste da molti anni, con la tecnologia si è modificato e il passaggio dalla carta alla celluloide non è sempre “naturale”
E’ in cantiere “Sin City 2”. Nove anni dopo il primo film, Robert Rodriguez tornerà a puntare la cinepresa sui personaggi del fumetto noir di Frank Miller. Il film sarà in 3D e, anche stavolta, verrà girato con l’ormai collaudata tecnica del “green screen”: lo schermo verde su cui vengono proiettate scenografie computerizzate, garantendo così l’inserimento degli attori in carne e ossa in un contesto fedele al cento per cento all’illustrazione.
Come tante altre cose, anche il rapporto tra racconto disegnato e racconto su pellicola è stato fortemente modificato dalla tecnologia. Oggi i fumetti si chiamano sempre più spesso “graphic novels” e non vengono più rielaborati e adattati per il grande schermo. Vi vengono spesso semplicemente trapiantati, con la celluloide al posto della pagina di carta. Finisce per essere questo il limite del nuovo rapporto 2.0 tra cinema e comics, con il primo che diventa una replica fredda del secondo.
In passato molti registi e attori hanno invece affrontato e vinto la sfida di trasportare un personaggio sulla celluloide senza la perfezione formale garantita dalla tecnologia, ma puntando invece al cuore della storia, cogliendone il senso e rielaborandolo, spesso profondamente, per adattarlo al linguaggio della Settima arte. Il pensiero corre immediatamente a Batman, dalla fine degli anni ’80 ad oggi passato attraverso gli stili cinematografici più disparati. Quello personalissimo e dark di Tim Burton, il kitsch imposto da Joel Schumacher, la problematicità post-moderna di Christopher Nolan.
Allo stesso modo la scuola del fumetto franco-belga, una delle più importanti del mondo, presenta molti personaggi felicemente accasati su grande e piccolo schermo senza ricorrere al digitale. Nel 1991 Terence Hill si prende molte libertà creative ma, nella serie tv “Lucky Luke”, coglie e rende pienamente lo spirito del personaggio creato nel 1946 da Morris e Goscinny. Sicuramente più del film francese “Les Daltons” (2004) di Philip Haim, incentrato, più che su Luke, sui suoi celebri antagonisti, molto fedele all’estetica fumettistica ma cinematograficamente poco interessante. Dal 1999 a oggi hanno sempre spopolato i film dedicati ad Asterix, di Goscinny e Uderzo, con un Gerard Depardieu che sembra nato per fare Obelix. I tratti somatici del personaggio sono ispirati a Jean-Paul Belmondo, ma è Vincent Cassel a interpretare nel 2004 “Blueberry”, il tenente di cavalleria protagonista del fumetto western di Giraud e Charlier. Anche qui il regista Jan Kounen tende a rielaborare il tutto in chiave autoriale.
Cinema e fumetto nascono insieme, nel 1895. Il 28 dicembre, nel Salon Indien del seminterrato del Grand Café di Parigi, Louis e August Lumière tengono il primo spettacolo cinematografico pubblico a pagamento. Dall’altra parte dell’Atlantico, circa 8 mesi prima, il 5 maggio, l’editore Joseph Pulitzer lascia uno dei suoi tanti segni indelebili nella storia dei mass media. Sul supplemento domenicale del suo “New York World” compare la prima puntata di “Hogan’s Alley”, una serie umoristica illustrata che racconta la vita quotidiana in un sobborgo poverissimo della Grande Mela, firmata dal disegnatore Richard F. Outcault. Come protagonista si afferma un bambino rapato e brutto, vestito con un improbabile camicione giallo: è Yellow Kid, il primo personaggio “cartoon” della Storia. Inizialmente le sue battute compaiono scritte sul camicione. Il 16 febbraio 1896, la svolta: i dialoghi si leggono dentro “nuvolette” collegate da una freccia alla bocca dei personaggi. E’ nato il fumetto moderno.
Oltre un secolo dopo, proprio nel film “Sin City”, il perverso maniaco “Yellow bastard” cui dà la caccia Bruce Willis non può non far pensare a una citazione del “monello giallo”, quasi a voler chiudere il cerchio di un matrimonio, quello tra vignetta e celluloide, che dura ormai da più di cento anni.
Le due arti “minori” spesso hanno una percezione più immediata del polso della società. Il primo cartoon ad approdare sul grande schermo, nel 1900, è “Happy Hooligan” (in Italia “Fortunello”), il vagabondo con una lattina vuota per cappello creato da Fred Opper, simbolo dell’emarginazione creata dalla società industriale.
E quando in America dilaga il gangsterismo, il disegnatore Chester Gould capisce immediatamente che i lettori hanno bisogno di un poliziotto incorruttibile con cui schierarsi. Nel 1931 quindi nasce Dick Tracy. Approdato varie volte al grande e piccolo schermo tra il 1937 e il 1951, nel 1990 è protagonista di un magnifico film diretto e interpretato da Warren Beatty, con un castall stars e una fotografia spettacolare.
In Italia il fumetto è arrivato nel 1908 con il Corriere dei Piccoli, mentre sugli schermi esordisce il “peplum” con “Gli ultimi giorni di Pompei”. Il primo film italiano tratto da un cartoon è l’improbabile “Cenerentola e il Signor Bonaventura” (1941), con Paolo Stoppa. Alla regia Sergio Tofano, che è anche l’autore del personaggio. Ma l’epopea italiana del fumetto al cinema è negli anni ’60. Non sempre il risultato è felice. Risultano fin troppo “addomesticati” gli adattamenti di “Kriminal” e della bellissima criminale “Satanik”, due personaggi della scuderia Max Bunker-Magnus, al secolo Luciano Secchi e Roberto Raviola (gli autori di Alan Ford). Una prerogativa del fumetto italiano di quegli anni è essere assolutamente “nero” e diseducativo. Evidentemente però, i produttori non se la sentono di replicarne fino in fondo le tinte fosche. La spregiudicatezza che viene tanto amata dai lettori potrebbe non ricevere la stessa accoglienza al botteghino. Difetta di coraggio e di “scorrettezza” anche il film girato nel 1966 su una delle più importanti “donne del fumetto”, Modesty Blaise, ex-ladra passata dalla parte della legge. Il personaggio, anche se interpretato da una delle icone dell’emancipazione femminile nel cinema, Monica Vitti, risulta troppo sbilanciato sul suo lato brillante. Fa eccezione “Diabolik”, diretto da Mario Bava nel 1968, che riesce a trovare la giusta combinazione tra fedeltà al personaggio e adattamento alle esigenze cinematografiche.
Il fumetto italiano più amato di tutti i tempi, Tex Willer, deve attendere 37 anni dopo la sua nascita, prima di essere portato su pellicola, nel 1985, con le sembianze di Giuliano Gemma e la regia di Duccio Tessari, con “Tex Willer e il signore degli abissi”, film onesto ma che, per l’ennesima volta, risente di una ricerca della fedeltà all’originale di carta che diventa sudditanza stilistica.
Nel 2002 Sam Raimi, uno dei registi più sensibili in assoluto all’estetica del fumetto, porta sullo schermo “Spider Man”. L’Uomo Ragno, interpretato da Tobey Maguire, riaccende, 25 anni dopo Superman e 13 anni dopo Batman, un interesse per i super-poteri sullo schermo che dura ancora oggi. Per una sorta di legge del contrappasso, i nuovi super-eroi raccontati dal digitale e dal cinema 2.0 sono ancora più problematici e insicuri di quelli dei film di 20 o 30 anni fa.
In questo secondo decennio del secolo sembrano iniziare ad arrivare film basati su fumetti nati non sulla carta, ma in rete. E’ dello scorso inverno la notizia che sarebbe in cantiere un film su Zerocalcare, l’ex-ventenne “romano di Rebibbia” che, con il suo immaginario fatto di ricordi televisivi anni ’80 ed il suo presente fatto di ricerca di lavoro e dubbi sul futuro, dal 2011 fa identificare con le sue avventure milioni di trentenni. Vedremo se il film sarà capace di conservare la forza del personaggio su internet.






