Kosovo 2014: ai confini dell’Europa, al centro della speranza

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In Kosovo ciò che doveva essere pacificato è in una strisciante e silenziosa guerra, ciò che doveva essere liberato è prigioniero più di prima.

20140424_113402Kosovo 2014. A 15 anni dalla guerra “per motivi umanitari” la Regione Balcanica più povera e arretrata d’Europa vive una stagione di apparente “sviluppo”. Le opere in costruzione quali autostrade, nuovi palazzi e nuovi, troppi, alberghi vicini alle altrettante nuove, troppe, stazioni di benzina danno l’idea di una modernità finalmente giunta. Basta però lasciare le periferie delle città quali Pristina, al termine di Bill Clinton Avenue, per immergersi nuovamente in un paese rurale e povero; all’interno di esso c’è una parte che più di tutte soffre ai margini di una società che la rifiuta. La rifiuta per una differenza etnica e religiosa ma soprattutto per una volontà di predominio territoriale. Sia chiaro: dividere in maniera netta le ragioni e i torti non è mai un affare semplice e nei profondi Balcani risulta ancor più complicato.

Non è questa divisione, ad ogni modo, a costituire il motivo per cui da anni siamo impegnati ad aiutare, nel limite delle nostre possibilità, le minoranze etniche del Kosovo: nelle relazioni troviamo il senso di un progetto non scritto su carta ma vissuto, siano esse con i Monaci di Decani, con la famiglia Petrovic di Velica Hoca o con Jovanka di Orahovac e i suoi tre bimbi.

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Dal 20 al 27 aprile in 7 abbiamo lasciato l’Italia e, dopo un lungo viaggio con tappa obbligata nella splendida Belgrado, abbiamo raggiunto prima la parte serba del Kosovo che si allunga dalla linea amministrativa (non confine) fino alla città Kosovska Mitrovica. Qui il fiume Ibar la taglia in due, separando la popolazione albanese (a sud) da quella serba (a nord): un ponte, bloccato da massi e terra, permette il solo passaggio a piedi per quei pochi che si arrischiano e sotto la costante sorveglianza dai Carabinieri italiani.  Spostandoci a sud della Regione abbiamo fatto visita alle “Cucine Popolari”, un progetto che permette quotidianamente a circa 2500 indigenti di potersi sfamare e garantisce un dignitoso lavoro a circa 30 persone. La sera siamo giunti nell’enclave di Velica Hoca. La dimensione di un enclave ha in sé dei limiti fisici ed esistenziali che anche a passare molto tempo non riuscirai a comprenderli: è costituita da una strada mezza asfaltata che attraversa una fila di case decadenti, in cui spesso la corrente elettrica manca, circondata da municipalità etnicamente differenti.

IMG_0030_2A Velica Hoca negli anni 1999 – 2000 decine di persone sparirono, dalla notte alla mattina, e non furono mai ritrovate: questi sono i casi di sparizione legate al tragico traffico di organi umani, di cui poco al momento è dato da sapere se non qualche sporadica ricostruzione. Il contraltare di queste immagini è l’estrema ospitalità della famiglia che ci ha accolto e la cui cucina da noi gustata, solo essa, sarebbe valso l’intero viaggio.  Molti altri sono stati gli incontri e le opere di solidarietà visitate ma su tutto vogliamo ricordare la notte passata nel Monastero di Visoki Decani; qui vivono da secoli i Monaci Ortodossi della Chiesa Autocefala Serba e qui riposa il corpo, riposa perché la tradizione vuole che non sia mai morto, di Re Santo Stefano fondatore del Monastero. Monaci custodi di una storia e di una spiritualità che raggiunge, per noi sprovveduti visitatori, le sue vette di rara bellezza nella partecipazione dei riti liturgici. Il Monastero Decani ti sorprende per la sua immagine sospesa nel tempo, punto di fusione finanche architettonico che trova nella sua Chiesa la congiunzione tra oriente e occidente in una struttura romanica esternamente ma nel cuore tipicamente bizantino. I monaci sono anche i principali motori della solidarietà verso i propri conterranei che hanno deciso di rimanere ad abitare in questa terra che, per quanto difficile, rimane la terra dei loro padri.

Il video racconto del viaggio.

Vale la pena, da uomini e donne libere, dedicare il proprio tempo per quest’attività e per questi viaggi, un tempo dedicato innanzitutto a noi stessi e alla nostra crescita personale. Imparare dalla speranza dove speranza non c’è, ridere nella semplicità di un gesto quotidiano nella complessità di avvenimenti non governabili dai singoli sono le grandi testimonianze ricevute e su cui, sulla strada verso casa, riflettiamo consapevoli di aver ormai lasciato un pezzo del nostro cuore in Kosovo e Metochia.

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