Nerone e il grande incendio di Roma

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Il 18 luglio del 64 d. C., un incendio avvolse Roma distruggendo case, monumenti e causando la morte di migliaia di persone

L’area metropolitana di Roma era una delle più vaste dell’antichità. Le strade erano molto strette e gli edifici avevano solai e ballatoi in legno. Se si aggiunge che per l’illuminazione, la cucina e il riscaldamento, i romani si servivano di fiamme libere, è facile comprendere che gli incendi scoppiavano frequentemente. Quello del 64 però fu particolarmente violento ed esteso. Scoppiato nella notte nei pressi del Circo Massimo, l’incendio, alimentato dalla merci delle botteghe, si propagò in tutta la città e durò per nove giorni. Numerosi furono i quartieri coinvolti, le abitazioni e i monumenti che vi si trovavano vennero danneggiati irrimediabilmente causando la morte di chi era all’interno e moltissimi sfollati. I soccorsi dei vigili furono ostacolati dalle vie troppo strette e dalla folla in fuga che era in preda al panico. Le indagini archeologiche hanno rinvenuto, oltre agli strati di cenere nelle aree coinvolte dall’incendio, a conferma delle elevate temperature raggiunte, oggetti metallici parzialmente fusi. Si racconta che l’imperatore Nerone, osservando il propagarsi delle fiamme, si mise a cantare la caduta di Troia suonando la lira. Il suo progetto era quello di costruire nuovi edifici e l’incendio avrebbe fornito lo spazio necessario ai suoi folli intenti. Secondo lo storico Tacito invece, l’imperatore, che al momento dello scoppio dell’incendio si trovava ad Anzio, sarebbe rientrato a Roma e avrebbe dato asilo ai senzatetto aprendo i monumenti del Campo Marzio. In ogni caso, la ricostruzione di Roma cominciò proprio dalla nuova residenza dell’imperatore: la Domus Aurea. Nerone promosse la ricostruzione della città con strade più larghe e l’uso della pietra per costruire i muri anziché il legno. Inoltre dispose che gli abitanti di ogni casa avessero sempre a disposizione il necessario per estinguere un incendio. Sempre nella testimonianza di Tacito si fa riferimento all’accusa dell’imperatore ai cristiani, considerati colpevoli di aver appiccato l’incendio. In base alle leggi romane che punivano l’omicidio a seguito di un incendio doloso, i cristiani non cittadini romani vennero condannati a morte. Svetonio e Cassio Dione, vissuti in epoche successive a Nerone, hanno riportato nelle loro opere la versione della colpevolezza dell’imperatore, descritto come una persona folle e priva di scrupoli.

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