Convince l’adattamento della commedia “Il malato immaginario” ad opera di Pietro Romano al Teatro Tirso de Molina fino al 23 novembre
“Il malato immaginario” di Molière, che il commediografo francese riuscì a mettere in scena poche ore prima della sua morte avvenuta il 17 febbraio del 1673, è un’opera con cui autori, registi e attori si misurano volentieri. Questo perché il testo non soltanto si offre a diverse possibili letture, ma anche perché i tre atti di cui è composta la commedia sono una materia con cui loro stessi amano giocare, piegando i versi a nuovi intenti ludico-comunicativi. Del resto la storia del teatro e del cinema ce lo insegna, infarcita di splendide prove com’è, per esempio, l’adattamento di Tonino Cervi e Alberto Sordi: nel 1979 trasportarono il letto del malato Argante nella Roma papalina di inizi Ottocento.
Una felice rivisitazione de “Il malato immaginario” si deve anche a un altro romano doc, Pietro Romano. L’attore e regista, pur nel solco delle interpretazioni romanesche, si lascia coinvolgere da una sperimentazione a volte spinta e a volte positivamente irriverente: mischia i vari generi teatrali, apre la strada a una sfrenata contaminatio, giocherella con il carattere e il linguaggio dei personaggi, tratteggia, anche in una nuova veste, i rapporti umani all’interno della casa, ma senza essere dissacratorio.
In questa sua opera di riscrittura anche il teatro, dove è in scena fino al 23 novembre, gioca la sua parte, non del tutto trascurabile: l’ambiente così intimo e familiare del Tirso de Molina favorisce l’autore nella continua rottura della quarta parete, con il pubblico in sala spesso coinvolto o preso di mira dalle battute spietate degli attori. Ma non solo perché, grazie all’abbassamento dello stile, più “volgare” e tipico della farsa, riesce a mascherare alcune scene come fossero frutto dell’improvvisazione.
“Il malato immaginario” di Pietro Romano poggia le sue basi sulla bonarietà corrosiva, sull’arguzia, sulla tradizione comica romanesca e sulla capacità di destrutturazione. La riscrittura caricaturale di alcuni personaggi, l’abbassamento violento del linguaggio che spesso gioca su allusioni e doppi sensi legati (ovviamente) alla sfera sessuale, la scelta di giocare sullo stile e sui contrasti psico-linguistici ottengono il loro scopo: divertire il pubblico del Tirso. Così, per esempio, la distanza “culturale” e sentimentale della coppia Argante-Angelica è marcata dai due differenti livelli linguistici: mentre il padre ha una parlata velatamente“romanesca”, la figlia ricorre a un lessico ingannevolmente aulico, quasi si trattasse di versi alessandrini. Un dislivello sfruttato abilmente da Romano che si diverte a dar vita sul palcoscenico a gag e sketch esilaranti.
Argante, interpretato da Pietro Romano, ipocondriaco signore della Roma del 1830, sceglie di perseverare nella condizione di malato perenne, rifugiandosi in farmaci e piagnistei di ogni sorta. Tuttavia a impedirgli l’ambita quiete sono i turbamenti legati al futuro di sua figlia Angelica, interpretata da Serena De Siena, l’ambiguità di Belina (Emy Bergamo), moglie in seconde nozze, la presenza originale e invadente della fedelissima serva Tonina, interpretata da Nadia Rinaldi, e le premure invadenti del fratello Beraldo, interpretato da Stefano Antonucci.
Tutto, nondimeno, è nelle mani del Dottor Purgone, interpretato da Pierre Bresolin, che nessuno sa se riuscirà mai a guarire “il malato”, ma certamente ne riduce impietosamente il patrimonio. Argante, però, non ha altri interessi che i propri falsi malanni, tanto da adoperarsi per il matrimonio di sua figlia con Tommaso Purgone (Lucchesi Helis) figlio del dottore, ridicolo e patetico studente in medicina.
Nel cuore di Angelica, invece, non c’è posto che per Cleante, interpretato da Edoardo Camponeschi, giovane innamorato, che, grazie agli stratagemmi di Tonina, riuscirà a sposarla, nonostante non abbia studiato da medico. Intenso è il monologo finale di Argante in cui sono attaccati i rapporti umani dettati dalla convenienza e la professionalità alquanto discutibile dei dottori: solo di fronte alla morte, catartica, si conosce la vera natura di chi ci circonda e ci si può davvero guardare allo specchio, capendo (come nel caso di Argante) in quale miseria incosciente si è precipitati.
