Ferguson: l’incubo americano

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Il 9 agosto 2014 Michael Brown, adolescente di colore, viene ucciso a Ferguson, Missouri, dall’agente di polizia Darren Wilson, 28 anni. A novembre è stata resa pubblica la decisione del Gran Jury di non incriminare il poliziotto per omicidio, accettando la versione che includerebbe la legittima difesa

di Federica Pitzeri

USA. Nel Missouri, e in America, dilagano gli scontri: saccheggi e assalti alla polizia a Ferguson, (44 gli arresti), manifestazioni e incidenti anche a Washington DC, New York, Baltimora, Chicago, Seattle, San Francisco. Tutta la comunità afroamericana è in fiamme: la decisione finale del Gran Juri, che non vedrà ripercussioni giuridiche o penali sull’agente di polizia che ha ucciso un ragazzo di 18 anni afroamericano disarmato, è stata l’ennesima goccia che ha fatto traboccare un vaso troppo pieno di precedenti “delitti” classificati con la parola “legittima difesa” e rimasti per questo impuniti. Il sogno Americano sembra essersi trasformato in un terribile incubo per la comunità “di colore” statunitense, ma forse per loro il sogno americano non è mai stato reale.

Ricostruzione dell’accaduto. I fatti che per ora sembrano essere accertati raccontano che Brown e il suo amico Dorian Johnson, quel 9 agosto, stavano camminando lungo una strada, vicino alla casa della nonna di Brown, quando improvvisamente è apparso Darren Wilson. Secondo i testimoni che hanno accettato di parlare pubblicamente, all’inizio Brown e Wilson hanno cominciato a litigare attraverso il finestrino del Suv della polizia. Sempre secondo quanto è emerso, a un certo punto l’agente ha sparato dal finestrino e Brown ha cercato di scappare. Wilson è uscito dalla volante per inseguire il giovane: in quel momento Brown si è fermato e si è girato nuovamente verso il poliziotto, che ha sparato, uccidendolo. Nel corpo di Brown sono stati ritrovati circa 6 proiettili. Una cosa è certa, Brown era disarmato, non aveva addosso alcun oggetto che potesse essere usato come arma, e aveva 18 anni.

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Dubbi e incongruenze. In quest’ultimo punto la ricostruzione non risulta essere chiara: secondo quanto rivelato dal Washington Post, almeno sei testimoni afro-americani hanno testimoniato a favore dell’agente che sparò a Michael Brown, ma da tutte le dichiarazioni risulta che il ragazzo avesse le mani verso il cielo, in segno di resa, quando è stato raggiunto dai proiettili dell’agente Wilson. Nel fascicolo del Grand Juri, invece, vi sono racconti che contrastano con questo dettaglio, avvalorando la tesi sostenuta dal poliziotto, cioè che il ragazzo avesse le mani rivolte verso l’alto, si, ma si stesse avvicinando a lui con atteggiamento aggressivo, di sfida. Il St. Louis Post-Dispatch ha pubblicato i risultati di una autopsia disposta sul corpo di Michael, dalla quale risulta evidente che il giovane avrebbe lottato con Wilson, forse per prendergli la pistola quando l’agente si trovava ancora dentro la volante. Inoltre, secondo le prove pubblicate sul New York Post, la pistola dell’agente è macchiata del sangue di Brown.

I precedenti. Le tensioni bianchi/neri sono una tragica costante delle cronache americane: Ferguson è il caso del giorno, ma non sarà l’ultimo. Il video del pestaggio di Rodney King, ad opera di quattro poliziotti, il 2 marzo 1991, scatenò in California proteste come oggi nel Missouri. Tutti e quattro furono assolti, e questo accese gli animi e le rivolte nella città di Los Angeles: vittime, violenze, incendi, saccheggi. Dieci anni dopo, nel 2001 in Ohio, precisamente a Cincinnati, altri ragazzi di colore vengono pestati da alcuni poliziotti, alimentando il focolare di tensioni e violenze nella comunità afroamericana. Il 26 febbraio 2012, a Orlando, in Florida, viene ucciso Trayvon Martin, 17 anni. Il ragazzo aveva passato il pomeriggio a guardare una partita di basket in TV con la sua ragazza, alla pausa era uscito per comprarle dei dolcetti. George Zimmerman, vigilante ispanico, insospettito dal ragazzo perchè aveva indosso un cappuccio, ha deciso di seguirlo. Secondo la ricostruzione, sviluppata grazie al racconto dei testimoni, tra i due sarebbe nata una lite: il vigilante avrebbe insultato il ragazzo con termini razzisti come “fottuto negro”, ci sarebbe stata una colluttazione, seguita da uno sparo. Zimmerman dirà di aver agito per legittima difesa, ma Trayvon non era armato. Il vigilante non venne arrestato dalla polizia, poiché venne applicata al caso la legge vigente in Florida, che prevede di poter usare armi letali per autodifesa. Questa la miccia che ha fatto esplodere centinaia di manifestazioni, rivolte e attivismo nella comunità di colore a quel tempo, e che genera odio e rancore depositatisi nel cuore e nella mente di questa parte della popolazione americana. Non si può non citare, infine, il video rilasciato dalla polizia di Cleveland lo scorso sabato 22 Novembre 2014, che mostra l’uccisione del 12enne di colore Tamir Race, colpevole solo di avere tra le mani una pistola giocattolo.

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Ambiente socio-culturale e contesto.  Secondo i dati del Center for Disease and Control Prevention, l’agenzia sanitaria federale, il 40% dei maschi neri, deceduti fra i 15 e i 34 anni di età, è vittima di omicidi. Il 93% di questi omicidi sono atti criminali commessi da membri della comunità di colore, mentre i maschi bianchi che muoiono assassinati alla stessa età sono appena il 3,8%. Secondo Juan Williams, giornalista del Wall Street Journal, sarebbe una falsa certezza quella che la percentuale più alta di omicidi tra individui di colore sia causata da poliziotti. E’ anche vero, però, che la popolazione degli Usa è costituita al 63% da bianchi e solo da un 12% di afroamericani. Se guardiamo alle uccisioni di neri, da parte della polizia, in proporzione alla popolazione, vediamo che il tasso di mortalità dei neri è di tre volte superiore a quello dei bianchi. Il problema, quindi, c’è, non è da esagerare, ma non è neppure possibile negarlo.

Pessimisti e ottimisti. La corrente dei pessimisti ha una lunga e radicata storia nel pensiero americano e afroamericano. Gli esponenti sono convinti che gli Stati Uniti non riusciranno mai a superare il loro difficile passato razziale, e che i soggetti di colore non diverranno mai membri effettivi della “american family”. Nonostante a occupare la posizione di maggior potere alla Casa Bianca sia un uomo di colore, la realtà è ben lontana dall’essere totalmente integrativa. Per loro l’era Obama è l’era dell’incongruenza per eccellenza: mentre un uomo di colore governa il paese grazie soprattutto al voto della comunità afroamericana che lo ha sostenuto, Michel Brown e migliaia di ragazzi come lui vengono arrestati, assassinati, aggrediti, subiscono angherie e soprusi, a Ferguson come in tutte le città d’ America. La corrente ottimistica, invece, crede che per gli afroamericani sia sempre più vicina l’american family, e che le cose andranno sempre meglio. Questa è stata la tradizione predominante tra i neri, fino ad oggi, incarnata da Martin Luther King.

unnamed (1)In conclusione possiamo affermare  che un problema esiste, ed è serio: è necessaria una reale politica di integrazione, efficace, e ci si aspetterebbe il massimo da un presidente come Obama che ha fatto della battaglia per i diritti civili il punto focale del suo programma politico. Obama, alla Casa Bianca, come ‘avvocato’ degli afro-americani, sembra quasi frenato dal timore di apparire di parte. Rifugge l’attivismo e sembra fare di tutto per evitare di intervenire in modo diretto. Manda messaggi alla popolazione incitando alla calma, ma ancora non ha risposto alla richiesta di recarsi in visita alla cittadina di Ferguson. Lo storico afroamericano Peniel Joseph lo definisce un «nero riluttante», accusandolo di aver abbandonato l’agenda politica delle comunità afroamericane per inseguire l’ideale luminoso ma tutto sommato illusorio dell’America post-razziale.

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