“ Natale in casa Cupiello ”, l’esplosione drammatica di Latella

Al Teatro Argentina, fino al primo gennaio, è in scena la rivisitazione del capolavoro di Eduardo De Filippo

La rottura con la tradizione rappresentativa di “Natale in casa Cupiello” è netta, marcata e violentemente lucida. Nella sua visione Antonio Latella disintegra l’universo del capolavoro tragicomico scritto nel 1931 da Eduardo De Filippo, travolgendoci con nuove atmosfere, cupe e sinistre. Sul palcoscenico prende così vita un quadro del miglior Caravaggio, con le sue tinte fosche e i suoi giochi di luce carnali, sanguigni. Il primo effetto ricercato dal regista campano è raggiunto:  la sua opera ci colpisce violentemente allo stomaco, ci stordisce, ci estrania, facendoci  sentire addosso tutto il peso del dramma umano che si sta per abbattere sulle figure in balìa dell’ineluttabile corso degli eventi.

Se l’impostazione drammaturgica originaria è rivisitata, mandata in frantumi, l’unico fil rouge tra le due versioni è costituito dall’essenza con cui il genio napoletano scrisse quei versi . Essenza che non è stata violata, ma che, al contrario, è stata amplificata grazie a un sofisticato studio delle scene e delle luci. Perché al Teatro Argentina di Roma si assiste sì al dramma della famiglia Cupiello, ma questo dramma toccherà da vicino anche lo spettatore, invischiandolo e “sporcandogli” anima e coscienza. Ed è questa la forza, la traccia profonda di modernità lasciata dall’opera di De Filippo.
NATALE_IN_CASA_CUPIELLO_LATELLA_ph_Brunella_Giolivo-680x365Già all’apertura del sipario si respira un’aria gravida di preoccupazione. L’atmosfera è cupa e la scenografia spoglia. La sua costruzione – ma sarebbe più appropriato scrivere ideazione – è affidata esclusivamente alla parola evocatrice come se, liberando i personaggi dalle costrizioni spazio-temporali, si riuscisse a far esplodere meglio tutta la tragicità e contemporaneità della storia. Tragicità che nel primo atto è scandita dall’impostazione drammaturgica di Latella.

Infatti, in un clima surreale e opprimente, i dodici protagonisti sono schierati sul proscenio uno di fianco all’altro, vestiti completamente di nero e bendati. Tutti tranne uno, Luca Cupiello, che ha indosso una giacca bianca sopra la vestaglia. Nella recitazione, nella tonalità e nell’impostazione della voce il richiamo alla tragedia greca e alla sua solennità è forte. I dodici personaggi, un po’ pirandelliani un po’ kafkiani, non sono altro che i dodici coreuti dell’antico teatro ellenico. Solamente che in questa rappresentazione la maggior parte di loro diviene vittima e carnefice allo stesso tempo. E a completare l’omaggio alle radici della drammaturgia occidentale sono stati riproposti gli stasimi (degli intermezzi in cui il coro commenta, illustra o analizza la situazione che si sta sviluppando sulla scena) e la musica martellante, cadenzata che accompagna lo spettacolo.

Sopra le loro teste cala silenziosa un’enorme stella cometa che li imprigiona lì, sul proscenio. Non è la stella della Natività che ha guidato i Re Magi, è bensì opprimente, soffocante, sembra volerli schiacciare con la sua pesantezza. È l’unico elemento scenografico del primo atto e sovrasta come un macigno le loro vite, chiudendoli in un recinto come tanti animali da presepe. La vastità dello spazio alle loro spalle è soffocato. Lo spettatore può solamente intravederlo, intuirlo, ma è buio, tutto suona così “dannatamente” claustrofobico.

È solamente attraverso la parola che la nota storia di “Natale in casa Cupiello” progredisce, disegnando gli spazi, scandendo i tempi e affinando le battute. Ed ecco un’altra distinzione con l’opera di Eduardo: Antonio Latella ha giocato con stili e registri linguistici diversi , affidando all’italiano il racconto solenne della vicenda, mentre al napoletano la crudezza dei dialoghi.

Nel secondo atto, dedicato alla preparazione del cenone, assistiamo a una scossa. Entra in scena un carro al cui interno, in una teca di vetro, è imprigionato Luca Cupiello (Francesco Manetti), prigioniero della sua ossessione per il presepe distrutto, isolato dal resto della famiglia dove, vorticosamente, precipitano gli eventi e sta per consumarsi il dramma. Al cenone della vigilia è stato infatti invitato Vittorio (Giuseppe Lanino), l’amante della figlia Ninuccia (Valentina Vacca), sposata con Nicolino (Francesco Villano). Solamente donna Concetta (Monica Piseddu) si strugge per cercare di salvare l’onore della figlia e l’integrità della famiglia. Come madre Coraggio nell’opera di Brecht, è lei a tirare avanti e indietro il carro, allusione alle difficoltà della vita coniugale, dell’essere madre e moglie premurosa, affettiva. Tranne lei, la “magna mater”, ognuno porta con sé un animale da presepe, peso e speranza per un nuovo inizio di vita.

Con l’epilogo della storia sancito dal terzo atto si raggiunge l’apice surreale, grottesco e fisico della tragedia in casa Cupiello. Ossessionato dal litigio fra la figlia e il marito Nicolino, dalla riottosità del figlio Tommasino (Lino Musella) e dal presepe andato in frantumi come le sue certezze, il povero Luca delira febbricitante nella culla del bambino Gesù. Culla che ora diviene sinonimo di morte. Il presepe prende vita davanti ai suoi occhi con la moglie Vergine Maria, l’asinello e il bue che respirano e scaldano, ultimo afflato di vita.

E mentre le figure al centro della scena, disposte intorno alla culla di Luca ormai privo di vita, ricordano nella loro immobilità la violenza silenziosa di un quadro di Caravaggio, la luce laterale piano piano si va spegnendo sulla storia e sui personaggi. Ora lo spettatore è lasciato in balia dei suoi sentimenti. L’effetto catartico è raggiunto.

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