“Semo o nun semo”, Piovani strega l’Ambra Jovinelli

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In scena fino al 6 gennaio, lo spettacolo di Nicola Piovani rende omaggio al ricco repertorio della canzone romana. Un successo lungo dieci anni che ci fa domandare: E se un domani sbarcasse in America?

Il bello delle canzoni popolari è che non tramontano mai. Cambiano i governi, i papi, le fioriture, ma loro sono sempre lì, a raccontarci un pezzo di vita vera, vissuta, e i sentimenti di un popolo. Trascorsi, ma ancora così tremendamente attuali. Poesia, sarcasmo, satira, nostalgia, amore e passione: eccoli qui alcuni dei tratti che accomunano le ricche produzioni romane e napoletane, le più rappresentative nel panorama nazionale. Certo, in confronto all’araldica partenopea, in grado di far impallidire il repertorio italiano ed europeo, la canzone romana è “minore”. Però, nonostante la quantità più limitata, a suonarle e interpretarle tutte ci potrebbe volere, con un’iperbole, anche un anno.

piovaniNe è consapevole Nicola Piovani al quale, dieci anni fa, venne la brillante idea di rendere omaggio alla canzone romana e ai suoi principali artisti nello spettacolo “Pure a Natale Semo o nun semo”, in scena all’Ambra Jovinelli di Roma fino al 6 gennaio. Alla base il desiderio di restituir loro la dignità perduta con l’avvento della discografia. “La canzone romana è stata mortificata”, accusa il maestro romano vincitore di un Oscar per la colonna sonora de “La vita è bella”. “Nell’era delladiscografia è stata snaturata, svilita con nuovi arrangiamenti che hanno appiattito il ritmo, unificandolo. Si perdono i motivi originali, le corone. Il tempo non è più misurato”.

Da profondo conoscitore della tradizione popolare romana, Nicola Piovani tenta di recuperare quel patrimonio smarrito tramite un’attenta operazione filologica. Gli arrangiamenti ricreano i colori e le atmosfere di quelle canzoni nate in teatro e scritte per il teatro. E non importa che a interpretarle sia una voce femminile o maschile perché nella sua visione essa è astratta, quasi diafana. Protagonisti assoluti sono la musica nei suoi endecasillabi e la parola recitata. È comprensibile allora la necessità di rilegare la scenografia, semplice e minimale, a puro ornamento, ricoprendo un ruolo di rievocazione paesaggistica o di suggestiva cornice.

Lo spettacolo, però, si prefigge un altro nobile obiettivo: “Rendere giustizia al dialetto romanesco ucciso dal cinema di Serie B, dagli stereotipi, dalla superficialità e, prendendo spunto dall’attualità, dalla criminalità”. Così, per esempio, l’articolo “er” (“Er ciecato”, “er patata”…) assurge oggi a simbolo di tutto il romanesco che acquista una connotazione turpe, truce, depravata e sgraziata. Cosa assolutamente non vera, specifica Nicola Piovani nella sua introduzione, perché questa lingua è multiforme, dolce, salace, ricca di sfottò, accorata, nostalgica e dolceamara.

wertmullerL’operazione del premio Oscar è perfettamente riuscita. Ancora oggi, a distanza di dieci anni dal suo debutto, lo spettacolo “Semo o nun semo” continua, di serata in serata, a registrare un’ottima affluenza di pubblico. Quest’anno è toccato all’Ambra Jovinelli ospitare l’ensamble “Aracoeli” e i cinque interpreti guidati dai due veterani Massimo Wertmüller e Donatella Pandimiglio. Un palcoscenico prestigioso perché proprio qui si esibirono Ettore Petrolini, Gustavo Cacini e Romolo Balzani, tre dei maggiori esponenti della canzone romana.

Alle melodie intonate dalla voce cristallina e “piena” di Donatella Pandimiglio e Carlotta Proietti si sommano, alternandosi, i racconti dell’istrionico Massimo Wertmüller che diverte, appassiona e coinvolge nel suo viaggio indietro nel tempo. Chiudendo gli occhi anche per un momento, sembrerà di rivivere le atmosfere della Roma papalina, di percorrerne i vicoli straboccanti di colori e odori, di immergersi in quella vita trasteverina magnificamente ritratta da Pinelli e tornare (finalmente) a respirare quella romanità oggi evaporata. Il tutto mentre sul palcoscenico prendono vita racconti, aneddoti, storie su Roma e sui suoi principali interpreti. E mentre la melodia, allegra, “strappacuore”, nostalgica o satirica, sparge le sue note nell’aria, accompagnate dal battito di mani di un pubblico entusiasta e coinvolto emotivamente.

Con un misto di felicità e commozione nostalgica dipinte addosso, guadagniamo l’uscita soffermandoci a chiacchierare con colleghi e amici nella piazzetta antistante il teatro. Il pensiero è comune e condiviso: il patrimonio della canzone romana è un tesoro così prezioso e lo spettacolo è così ben congeniato che sarebbe un peccato circoscriverlo nel tempo e nello spazio. Anche alla luce dell’affluenza di pubblico che ogni volta assicura. “Roma nun fa’ la stupida stasera”, “Er barcarolo romano”, “Streghe”, “Tanto pe’ cantà”, “Semo o nun semo”, “Lulù”, “Nina si voi dormite” sono composizioni senza tempo, inestimabili. E come tali andrebbero valorizzate anche al di là dei confini nazionali. Un azzardo già rischiato da Garinei e Giovannini con Rugantino. Certo, parliamo di un’altra epoca e di un altro genere. E certo, sono solo chiacchiere….

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