Sam Peckinpah: il poeta della violenza

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30 anni fa moriva il regista de “Il mucchio selvaggio”. Portò nel cinema il realismo della televisione

Sul set di “Pat Garrett e Billy Kid” (1973), Sam Peckinpah è particolarmente nervoso. Non è mai un’impresa facile lavorare con lui, soprattutto quando ha bevuto troppo. Cioè quasi sempre. Si respira sempre una grande tensione, dovuta ai contrasti con i produttori che cercano continuamente di addomesticare lui e i suoi film, censurando le sceneggiature e imponendo tagli di montaggio. E’ il tramonto, si gira di corsa una scena ambientata all’alba. Improvvisamente nell’inquadratura irrompono due sciagurati che stanno facendo jogging. Uno è l’attore Harry Dean Stanton. Peckinpah gli scaglia contro un coltellaccio che va a conficcarsi in una porta alle sue spalle. L’altro è Bob Dylan. Il regista non gradisce affatto la presenza del grande cantautore. E’ convinto che la produzione l’abbia imposto per accrescere l’appeal commerciale della pellicola. Non riconoscerà mai l’immenso contributo dato alla riuscita del film dalla colonna sonora di Dylan, soprattutto con la leggendaria “Knockin’ on Heaven’s door”.

Davvero un tipo difficile, David Samuel Peckinpah. Ne sanno qualcosa i suoi attori-simbolo, compagni di sbronze e amici di una vita, come James Coburn, Kris Kristofferson, Warren Oates e altri, che devono essere sempre pronti a litigare con lui, farci a pugni, lasciar correre se si vedono puntare contro una pistola (che sperano scarica), portarlo via a spalla dai party hollywoodiani dove Sam, completamente ubriaco nel suo smoking preso in affitto, puntualmente fa scoppiare delle risse. Lo chiamano “lo Zio Sam” ma la missione del suo cinema è denunciare il tramonto inesorabile del Sogno americano. Far vedere che il Mito della Grande frontiera è in realtà costruito sullo sfruttamento del più forte sul più debole. Man mano che avanza “la civiltà”, avanza il denaro dei proprietari terrieri e dei costruttori che replica tutte le ingiustizie da cui i pionieri che si trasferivano all’ovest erano fuggiti. E lo spazio per edificare un Grande Paese con “libertà e giustizia per tutti” si restringe sempre più.

Sam-Peckinpah-divulgaçãoSam Peckinpah nasce a Fresno, California, il 21 febbraio 1925, da una famiglia benestante e impegnata politicamente, originaria delle Isole Frisone, nel mare del Nord. Il padre David è un avvocato specializzato in difesa dei diritti civili che sarà eletto anche giudice; la madre, Fern Louise Church, è figlia di un deputato democratico, Denver Church. Nel 1943 si arruola nei marines ma non sarà mai inviato al fronte. A guerra finita, nel 1945, il suo reparto è in Cina per sovrintendere al disarmo e alla ritirata dei giapponesi. Nonostante le ostilità siano formalmente cessate, e senza avere l’autorizzazione a intervenire, assiste più volte con i suoi compagni a violenze e scontri armati tra cinesi e giapponesi. Questa esperienza lo segna profondamente. L’idea che la guerra sia qualcosa destinato a non finire mai davvero diventerà una costante del suo cinema.

Si laurea in Arte drammatica e inizia a lavorare in tv. E’ autore e regista di serie western di successo. Il suo maestro è Don Siegel, uno dei cineasti più politicamente scorretti di Hollywood, che lo fa esordire nel cinema nel ‘56 come sceneggiatore (non accreditato) del suo “L’invasione degli ultracorpi”, classico esempio di fantascienza politica, in cui invasori alieni assumono le sembianze degli abitanti di una pacifica cittadina, metafora dell’America che perde la sua anima a causa del maccartismo.
Ma nel suo destino di regista c’è inesorabilmente il western. Un western lontanissimo da quello degli eroi tutti d’un pezzo come John Wayne, Gary Cooper o Tom Mix. “La morte cavalca a Rio Bravo” (1961) e “Sfida nell’Alta Sierra” (1962) sono film crepuscolari, popolati da losers stanchi di seguire un codice morale che gli ha procurato solo miseria, in cui è il caso a decidere se il destino di un uomo è finire nel campo dei banditi o in quello dei tutori della legge.

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Si manifesta immediatamente la cifra stilistica che lo renderà lo spauracchio dei produttori: la rappresentazione esasperata e continua della violenza. In Peckinpah le scene cruente sono quasi sempre al rallentatore. I fiotti di sangue, i corpi che si contorcono sotto il fuoco, le urla, il dolore, diventano la rappresentazione plastica che è l’odio a mandare avanti il mondo. Viene immediatamente ribattezzato “Bloody Sam”.

“Credo, anzi spero, che i miei film possano soprattutto riflettere la cattiva coscienza dell’America” dirà in un’intervista. Il pubblico deve capire che il Sogno americano è nato sulla violenza e per questo deve vederla fino in fondo e capire che cosa è davvero. Una violenza di cui i bambini sono qualcosa di peggio che vittime: sono spettatori e allievi. Nei suoi film molto spesso sono presenti giovanissimi che si divertono di fronte a cadaveri crivellati o malcapitati agonizzanti sotto le torture.

Probabilmente la volontà di imprimere una svolta più realistica al cinema deriva dalla sua formazione televisiva. La tv degli anni ’60 è quella che inizia a mostrare senza filtri le immagini del Vietnam o della Baia dei Porci e che fa entrare innumerevoli volte in tutte le case del pianeta il video della morte di Kennedy. E’ praticamente un documentario “Cane di paglia” (1971), il suo primo film non western, ambientato in Cornovaglia, in cui il pacifico professore di matematica Dustin Hoffman è costretto dagli eventi a trasformarsi in giustiziere armato.

Agli Usa preferisce la minore ipocrisia del Messico, dove gira diversi film e soggiorna spesso. E’ amico del regista Emilio Fernandez, uno dei massimi esponenti del cinema messicano, con cui collaborerà a più riprese.

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Tra i temi ricorrenti di Peckinpah ci sono la lealtà e l’amicizia distrutte dal “sistema”. In “Sierra Charriba” (1964), il maggiore nordista Charlton Heston e il capitano confederato Richard Harris, suo prigioniero ed ex-amico, fanno fronte comune per sconfiggere un feroce capo apache. Ne “Il mucchio selvaggio” (1969), i rapinatori William Holden, Ernest Borgnine, Warren Oates, R.G. Armstrong sono inseguiti dall’ex-socio Robert Ryan, divenuto “uomo di legge” al soldo delle grandi compagnie ferroviarie, che in reatà vorrebbe essere insieme a loro. Anche Pat Garrett (James Coburn) e Billy Kid (Kris Kristofferson) un tempo erano amici ma ora il primo è uno sceriffo pagato dai proprietari terrieri e il secondo è rimasto un bandito. Peckinpah vorrebbe inserire all’inizio del film una scena in cui Garrett anziano viene fatto uccidere dai suoi ex-datori di lavoro ma i produttori si oppongono duramente.

Gli anti-eroi di Peckinpah sanno anche ribellarsi, ma è una ribellione che non può che comportare l’accettazione della fine. I banditi del Mucchio selvaggio abbattono il sadico generale messicano che li paga, e pazienza se succede sotto gli occhi di diecimila soldati armati fino ai denti, nella sequenza forse in assoluto più celebre della sua intera filmografia. In “Voglio la testa di Garcia” (1974), il gangster di mezza tacca Warren Oates scopre di essere capace di sputare su un milione di dollari e va al massacro per vendicare la donna amata. Perfino il sergente della Wermacht James Coburn, ne “La croce di ferro” (1977), abbandonato dal suo esercito e dal suo paese, ride mentre va incontro da solo all’intera Armata rossa, insieme al suo riluttante capitano Maximilian Schell.

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Sforna anche titoli meno sanguinosi, lo Zio Sam, ma sempre intrisi di ribellismo sociale. Come “L’ultimo buscadero” (1972), con Steve McQueen nei panni di un cow-boy da rodeo poco desideroso di adeguarsi alla vita civile. O come “Convoy – Trincea d’asfalto” (1978), in cui una carovana di camionisti decide di sconfinare in Messico per sfuggire alle angherie di uno sceriffo corrotto, commedia “on the road” che probabilmente è piaciuta parecchio agli autori del telefilm “Hazzard”. Ed anche a Quentin tarantino, visto che il camion del protagonista porta sul muso la stessa papera di gomma che, un quarto di secolo dopo, sarà sull’auto-killer di Kurt Russell in “A prova di morte”.

Sam PeckinpahSam Peckinpah si spegne a causa di un ictus il 28 dicembre 1984, al Centinela Hospital Medical Center di Inglewood, periferia di Los Angeles, dopo una vita di eccessi e quattordici film da regista. L’ultimo è stato “Osterman Weekend” (1983), thriller spionistico in cui il giornalista tv Rutger Hauer crede di smascherare un complotto sovietico ma scopre di essere egli stesso la pedina di un altro complotto, ordito dal losco ufficiale della CIA Burt Lancaster per farsi eleggere alla Casa Bianca. Ancora la televisione. E ancora gli scheletri nell’armadio dell’America.

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