L’Italia del boom? Ce la svela Sanremo

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Il saggio storico “Non solo canzonette” usa il Festival di Sanremo come fonte per capire il Dopoguerra

Sanremo 2015 è giunto alla conclusione. Ma mentre va in archivio anche la 65° edizione del Festival, un libro uscito proprio nei giorni scorsi (per i tipi di Le Monnier) ci mostra un lato nascosto e affascinante della rassegna canora più popolare che la storia d’Italia ricordi. E il termine non è scelto a caso, visto che proprio di saggio storico si tratta. Lo si evince già dal sottotitolo, che circoscrive anche il periodo preso in esame: Non solo canzonette. L’Italia della Ricostruzione e del Miracolo economico attraverso il Festival di Sanremo”. A scriverlo, in vari anni di ricerche condotte tra spartiti ed archivi, è Leonardo Campus, che alla qualifica di storico aggiunge quella di pianista diplomato. Recentemente avevamo parlato del suo I sei giorni che sconvolsero il mondo, un corposo e innovativo studio sulla crisi dei missili di Cuba . Stavolta dai rischi di guerra nucleare Campus è passato a cimentarsi con le canzonette, convinto com’è che anche quelle, se osservate con il giusto metodo, possano svelarci qualcosa di una società che con tanto ardore le seguiva, le criticava, le fischiettava.

Se abbiamo coniugato il verbo all’imperfetto è perché centrale in questo libro è la convinzione che il Sanremo più significativo dal punto di vista storico sia stato proprio quello “prima maniera”: quello cioè che va, grossomodo, dalla prima edizione, tenutasi nel 1951, sino all’edizione ’64, stravinta dalla sedicenne Gigliola Cinquetti con Non ho l’età (per amarti). Il Festival allora riusciva veramente a fermare il Paese. E proprio per questo può, secondo Campus, aiutarci a comprenderne la storia e i cambiamenti. Quelli infatti sono anche gli anni il cui l’Italia è in grande e profonda trasformazione, passando in poco tempo da paese povero ed agricolo a moderna potenza industriale, attraverso il cosiddetto “miracolo” economico, che tanto influì anche sui mutamenti di mentalità e cultura.

Campus racconta questo fondamentale passaggio storico con competenza e leggerezza, intrecciando continuamente dati economici e affreschi sociali con testi e musiche delle canzoni di quegli anni, delle quali analizza i temi trattati, gli stilemi linguistici usati nei versi, gli arrangiamenti, le vocalità, i modelli di personalità incarnati dai grandi “divi” dell’epoca, come Nilla Pizzi, Claudio Villa, Domenico Modugno, Adriano Celentano, Mina e altri ancora. Scopriamo così particolari nuovi, come ad esempio l’ampio uso elettorale che fu fatto di una filastrocca solo apparentemente insignificante come Papaveri e Papere (seconda classificata a Sanremo nel 1952); o ancora, l’indignata interrogazione parlamentare che seguì l’esibizione di Celentano a Sanremo 1961 con Ventiquattromila baci. C’è poi un’approfondita spiegazione dei molti significati nascosti nella rivoluzionaria Nel blu, dipinto di blu di Modugno. E sorprendenti pagine su Gigliola Cinquetti, in cui l’importanza sociale del personaggio è restituita attraverso lo spoglio delle lettere ricevute dai suoi ammiratori.

Da segnalare infine le tre sezioni di corredo ai tre capitoli centrali del libro: quella cioè sul cosiddetto “mito americano”, quella sull’immagine della donna e della famiglia, e quella sulle canzoni a tema politico-sociale (che naturalmente erano una sparuta minoranza, nel mare delle rime cuore-amore). Di taglio più chiaramente interpretativo le pagine nelle quale Campus discute il carattere rassicurante e democristiano del Festival degli anni ‘50, fornendo di quest’aspetto una lettura storica sfumata, che in parte si distanzia da quella fornita dagli studiosi del passato come Gianni Borgna, decano degli studi su Sanremo.

Pur nella serietà dell’approccio, la lettura resta sempre piacevole, lieve come la materia trattata. Se n’è accorto il grande pianista jazz Stefano Bollani, che così ha scritto nella nota introduttiva al libro: “Campus non ha solo il rigore dello storico, ha anche la passione del musicista. Per questo troviamo qualcosa di raro in queste pagine: una analisi finalmente non solo testuale o sociologica delle canzonette dell’epoca (1951-1964), ma anche musicale”. E infine garantisce: “Tutti avremo voglia, durante il percorso ragionato di questo libro, di ascoltare le canzoni di cui si disquisisce”. Cos’altro dire, allora? Non solo buona lettura, ma buon ascolto.

cover libro

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