Isis, il terrorismo bussa alle nostre case

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Approfittando della crisi libica, l’esercito nero del Califfato si prepara a invadere l’Europa via mare. L’Italia sarà il primo bersaglio dell’Isis

Ciò che fino a ieri sembrava solamente un’ipotesi, una delle tante azzardate in questi giorni di concitazione anche mediatica, è diventato concreto. La grave minaccia che l’Isis possa arrivare in Italia via mare dalla Libia ha preso forma questa mattina con la pubblicazione, da parte del Daily Telegraph, di alcuni documenti in mano al think tank anti-terrorismo britannico Quiliam. “Secondo uno dei principali reclutatori dello Stato islamico in Libia, Abu Arhim al-Libim, l’Isis vuole infiltrarsi sui barconi di immigrati nel Mediterraneo e attaccare le compagnie marittime e le navi dei crociati”.

Da quanto apprendiamo, sarebbe altissimo il rischio che i terroristi dello Stato Islamico decidano di confondersi fra le centinaia di migranti che ogni giorno tentano di raggiungere le coste italiane. Un’infiltrazione che complicherebbe di fatto la vita ai militari italiani e internazionali impegnati nelle attività di salvataggio SAR (Search and Rescue) e nell’operazione Triton. Operazione che, alla luce del precipitare degli eventi in Libia, potrebbe essere rivista e ridiscussa. Magari già questo pomeriggio, quando nel Palazzo di Vetro dell’ONU si discuterà la questione libica, anche se sarà una strada tutta in salita. Infatti, secondo le prime indiscrezioni, la comunità internazionale intende ribadire la necessità del canale diplomatico che, però, non ha ancora conseguito i risultati sperati.

Lo stesso ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha lanciato questa mattina l’allarme in un’informativa urgente alla Camera: “Il tempo a disposizione non è infinito» e «rischia di esaurirsi molto presto, pregiudicando i fragili risultati raggiunti. E ha lanciato un appello alla comunità diplomatica affinché aumenti gli sforzi: “Non vogliamo avventure, né crociate, ma l’unica soluzione alla crisi è quella politica e impone un cambio di passo da parte della comunità internazionale”.

Così la crisi libica e il temporeggiamento dell’Occidente divengono per i jihadisti una carta in più da giocare per continuare le loro esecuzioni sommarie, guadagnare tempo per organizzarsi e mettere in azione le loro strategie terroristiche.

Dunque, se fino a ieri si sposava l’idea che i jihadisti – o manager del terrore, come li ha definiti l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi – potessero sfruttare le organizzazioni criminali dedite al traffico di essere umani per finanziare le proprie attività sovversive, questa ipotesi è definitivamente tramontata. Il caos in cui è piombata la Libia all’indomani dell’uccisione di Muammar Gheddafi offre oggi un terreno fertile per coprire i piani terroristici del Califfato, intenzionato a convertire l’Occidente all’islamismo.

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Un piano che prevederebbe di trarre vantaggi dalla destabilizzazione della Libia, di finanziare le proprie attività illecite come l’acquisto di armi tramite il giro di affari legato agli sbarchi dei migranti in Italia e aumentare il numero di barconi in partenza da Tripoli così da creare ancora più caos concentrando le forze militari nelle azioni di salvataggio.

Che poi l’Isis agisse per mare, c’era da aspettarselo: è la via più semplice per raggiungere l’Europa visto l’intensificarsi di controlli negli aeroporti e per le strade. Così, per le vie d’acqua, si originerebbe un’invasione silenziosa di cui l’Italia costituirebbe solamente un tassello di un enorme puzzle, la porta d’ingresso per l’Europa cristiana e l’Occidente.

D’altronde non era mai successo, per esempio, che gli uomini della Guardia Costiera fossero costretti a restituire un barcone dopo aver salvato i duecento migranti che vi navigavano a bordo. Il tutto dopo una sventagliata di mitra da parte di un paio di scafisti che avevano reclamato l’imbarcazione. Un fatto gravissimo sul quale è già intervenuto il comandante della Guardia Costiera, l’ammiraglio Felicio Angrisano, in un’intervista rilasciata all’Ansa.

Purtroppo, secondo alcune fonti ministeriali, si teme che l’episodio non sia affatto isolato e circoscritto. Al ministero sono giornate roventi, con i telefoni che squillano all’impazzata, con aggiornamenti continui sulle attività di salvataggio portate a termine e quelle che, invece, devono essere concluse. Perché dietro ogni missione da portare a termine si può celare il pericolo, perché su ogni scafo può nascondersi un terrorista dell’Isis pronto alla sua guerra santa in Europa. Per questo negli uffici del ministero la tensione è massima, palpabile come del resto la preoccupazione per il rischio concreto di conflitti a fuoco fra scafisti e i militari della Guardia Costiera.

In mare aperto, su barche che sono attrezzate prevalentemente per missioni SAR e quindi sprovviste di artiglieria, in mezzo a centinaia di innocenti tra cui donne e bambini, ogni missione di salvataggio diviene un enorme punto interrogativo. Come del resto lo è la richiesta di nuove regole d’ingaggio.

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