Teatro Quirino, in scena il miglior Pirandello

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Al Teatro Quirino di Roma, fino al 15 marzo sarà in scena “L’uomo, la bestia e la virtù”, un testo dalla comicità feroce sull’ipocrisia e il perbenismo della classe borghese. La rappresentazione teatrale è un perfetto meccanismo a orologeria

In un campo abbandonato si erge un albero dal quale un uomo, passando lì per caso, coglie un frutto. Dai suoi semi, gettati in terra distrattamente, nascerà un altro albero. Ora, a chi apparterrà questo nuovo albero? Al noncurante proprietario del campo oppure al passante?

Si cela dietro questa metafora di vita, dietro questi laceranti interrogativi il dramma esistenziale dei protagonisti di “L’uomo la bestia e la virtù”, la commedia di Luigi Pirandello in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 15 marzo. Il proprietario del campo è un marito assente, il capitano di lungo corso Perella il quale, preso dalla sua seconda vita amorosa a Napoli, rifiuta ogni rapporto con la moglie nelle rare occasioni in cui la incontra. Dall’altra parte c’è il passante, un modesto professore di liceo che, perdutamente innamorato della moglie del capitano, nasconde sotto il suo ostentato perbenismo la tresca con la signora Perella. Al centro della “contesa” c’è la donna, morigerata e pudica madre di famiglia che si è lasciata sedurre dal professore per poi essere “abbandonata a terra distrattamente”. Tutto in nome dell’onore e della dignità “borghese” da difendere e salvaguardare.

Scritto nel 1919 sulla base della novella “Richiamo all’obbligo”, l’apologo in tre atti – come l’autore stesso definì la pièce – affronta i temi delle complicazioni familiari, dei rapporti deviati e raddoppiati entro lo schema del “triangolo”: i personaggi si muovono nella paradossale contraddizione tra i loro sentimenti e la posizione richiesta dai rispettivi ruoli vissuti nel matrimonio e nella società.

(Foto di Federico Riva)
(Foto di Federico Riva)

Il tema farsesco dell’opera è ben esplicitato dal titolo: l’uomo è il professor Paolino (Geppy Gleijeses), personaggio mediocre e ipocrita, disposto a tutto pur di salvare l’apparenza e la reputazione. La bestia è il Capitano Perella (Lello Arena), figura aggressiva e ferina, prepotente e accecato dagli istinti primordiali. Infine la virtù, ovvero quella signora Perella (Marianella Bargilli) tanto devota che finirà invece per essere strapazzata dal corso degli eventi.

La storia di questo perfetto triangolo amoroso precipita quando lei rimane incinta di Paolino. Il quale, in nome di una falsa moralità borghese, escogita un piano perché il nascituro possa essere attribuito al legittimo marito, recalcitrante e fedifrago. Il tempo a disposizione perché marito e moglie consumino almeno un rapporto sessuale è poco. Giusto una notte prima che il capitano riprenda il largo per altri tre mesi.

Il professore allora dovrà fare in modo che la sua pudica amante ceda alle voglie della bestia. Per essere sicuro del risultato si farà preparare un afrodisiaco per stimolare i sopiti sensi del capitano e inciterà la vergognosa amante a mostrare le grazie che tiene virtuosamente nascoste.

Tutto è ormai pronto per la trappola sessuale in cui dovrà cadere la bestia. Il professore se ne andrà lasciando libero campo al capitano. La mattina seguente, quando il professore tornerà nella casa dei Perella per sincerarsi della buona riuscita del piano, ci sarà una sorpresa ad attenderlo.

Come ha giustamente spiegato al Corsera Geppy Gleijeses, in questa commedia “il dramma si mischia alla risata più feroce, Pirandello prende tutto in contropelo in maniera violentissima. La sua è una condanna spietata della amoralità, ma riesce a divertire la platea attraverso la sofferenza dei personaggi stessi”. Ma è il sesso la vera ossessione per il drammaturgo siciliano, la pietra dello scandalo e il frutto della colpa. Il sesso non è mai liberatorio, non racchiude mai l’amore al suo interno ma è bieco, “sporco”, una macchia sulla coscienza di un essere vivente. L’atto sessuale viene incriminato, anche quando è piegato a fini riproduttivi.

Per architettura e temi trattati, l’opera pirandelliana fu accolta all’inizio tiepidamente per poi essere riletta e divenire in pochi anni una delle commedie pirandelliane più rappresentate. Tanto che nel 1953 Steno diresse il film coinvolgendo Totò nella parte del professore e Orson Walles in quella (ovviamente) della bestia.

La messa in scena de “L’uomo, la bestia e la virtù” ad opera di Giuseppe Dipasquale, reduce dai successi di “Erano tutti i miei figli” e “Il giardino dei ciliegi” piace e convince perché, riducendo l’impatto della scenografia nella sua essenzialità e spazialità, fa esplodere tutta la verve del testo pirandelliano. Lo stile registico abbandona la stretta strada dell’interpretazione didascalica per affacciarsi nella contemporaneità, sfruttando e plasmando la materia che si ha a disposizione.

Colpiscono i costumi di Adele Bargilli perché nel loro disegno si nasconde (e non troppo velatamente) il rimando alla qualità del personaggio. Per cui il professor Paolino, nella sua elegante mise, è avvolto e protetto da un cappottino di plastica trasparente: i suoi eleganti abiti devono rimanere puliti come la sua coscienza. Tutta la pioggia sporca generata dagli eventi deve scivolargli addosso senza macchiarli. Il capitano, invece, ha indosso un uniforme con risvolti ferini, pelo animale che esce dalle cuciture. E poi c’è la signora Perella, la virtù, prima velata e coperta, poi oltraggiata in una veste di seta rosso fuoco e scollata.

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(Foto di Federico Riva)

Un pudore che trova il giusto contraltare nel gioco attento delle luci e della scenografia, dove a prevalere è, naturalmente, il colore bianco. Sul fondale vi è un immenso schermo bianco che dà spessore a tutto l’impianto scenico-emotivo. Per cui all’azzurro del cielo troviamo un violetto, rappresentazione cromatica del livore. Non manca il rosso che simboleggia la passione ma anche la colpa e il tradimento.

L’aspetto puramente tecnico è il giusto coronamento a una prova di grande impatto: Geppy Gleijeses, Lello Arena e Marianella Bargilli guidano sapientemente la compagnia di attori (Renata Zamengo, Mimmo Mignemi e Vincenzo Leto) nelle beghe pirandelliane, scandiscono il ritmo nelle sue accelerazioni comico-farsesche e nelle sue drammatiche frenate, dando vita sul palcoscenico alla sofferenza umana per questo ipocrita gioco delle parti.

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