“Morto per miracolo”, la commedia dalle due facce di Romano

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In scena al Tirso de Molina fino al 22 marzo, la nuova commedia scritta e interpretata da Pietro Romano ha una doppia velocità. Poco convincente il primo atto, nel secondo sprigiona tutta la sua carica irriverente

Cosa accadrebbe se, per uno strano scherzo del destino, tutti quanti, compreso lo Stato, ti credessero morto? Beh, per esempio che tutti i tuoi debiti, soprattutto quelli contratti in vita con loschi figuri come il Ventresca (omaggio al classico “Febbre da Cavallo”?), siano definitivamente cancellati. Oppure che per il povero coniuge si aprano le porte della sussidiarietà statale per vedovanza, guarda caso approvata pochissimi giorni della presunta dipartita.

È la situazione paradossale in cui vengono a trovarsi Remo (Pietro Romano) e sua moglie Domenica (Angela Tuccia) nel nuovo spettacolo “Morto per miracolo” in scena al Teatro Tirso de Molina di Roma fino al 22 marzo. Per un’indigestione che lo ha tenuto sospeso fra la vita e la morte, Remo è creduto morto e compianto da amici e parenti, tutti personaggi alquanto bislacchi e farseschi, ognuno vittima delle proprie ossessioni e manie. Peccato che, una volta lasciata Domenica con il suo dolore, Remo si risvegli e convinca la moglie riluttante ad approfittare di questa situazione “miracolosa”.

Grazie infatti la sussidio statale e ai soldi contenuti in una bustarella lasciata da un ammiratore della “vedova”, inizia per loro due una nuova vita scandita da una bella casa, una domestica (Sara Adami) e tocchi di lusso, come mangiare caviale o possedere una radio.

A scombinare l’idillio dei due “piccioncini” ci penserà l’inguaribile latin lover Sabato (Pierre Bresolin) che li costringerà, per la sua insistenza e sfacciataggine, a gettare via la maschera. O, meglio, parrucca e trucco. Il tutto in un profluvio di risate per le situazioni farsesche e gli equivoci esilaranti.

In un monologo intenso, davanti ad amici, parenti e parroco confesserà, amaramente, di aver sbagliato tutto, assumendosi tutte le responsabilità di questo folle gesto. “Mi sono messo all’asta e ho battuto il prezzo da solo”. “Mi credevo di essere povero e invece era tutto il contrario. Tu mi hai riempito il cuore di battiti, mentre io…”.

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A qualche mese di distanza dalla messa in scena de “Il malato immaginario”, al Tirso De Molina torna un affamato Pietro Romano. “Morto per miracolo” è una sfida per l’artista che, lasciando da parte le sue abilità nel plasmare i testi delle commedie tradizionali secondo la sua verve e le influenze romanesche, si vuole misurare con l’originalità dell’opera e dell’estro creativo.

La pièce, infatti, è in tutti i sensi figlia di Romano, autore, regista e interprete. Anche in questa occasione si dimostra all’altezza, ammaliando e divertendo il pubblico del Tirso grazie anche alle sue doti di grande intrattenitore. Come ormai ci ha piacevolmente abituato, non rinuncia a stuzzicare il pubblico con esilaranti fuoriprogramma.

La commedia non decolla subito. E questo perché il primo atto, più lento, serve a raccontare il dramma vissuto dai due personaggi Remo e Domenica, ma anche la tenerezza e lo scambio di affatto che i due si dimostrano. Una scelta condivisibile ma che, secondo noi, manca il bersagli: il testo non riesce a far affiorare compiutamente questo loro rapporto d’amore e stima reciproca, ma sembra perdersi, aleggiare nell’aria e non colpire con decisione lo spettatore.

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È invece nel secondo atto che si avverte il cambio di passo e di ritmo. La commedia conquista quella esuberanza e vorticosità a cui Romano ci ha sempre abituato. Il testo diventa pungente e irrisorio e i tempi più serrati grazie anche al viavai dei personaggi sulla scena; gli equivoci sono “pane quotidiano” e la poesia è il tocco finale. Si avverte, soprattutto nel secondo atto, una benevola “contaminatio” teatrale e cinematografica.

Insieme a lui, irresistibile e trascinatore come sempre, spiccano le interpretazioni di Valeria Palmacci (l’esuberante Fernanda) e di Pierre Bresolin (l’intraprendente latin lover Sabato) che, confermando tutte le sue doti attoriali, dà il giusto tocco “artistico” allo spettacolo.

Ma, soprattutto, ci hanno conquistato le interpretazioni di Sara Adami, magistrale nei personaggi della cameriera Placida (strepitosi i siparietti con Pietro Romano) e di Santa, la buffa vicina di casa di Remo.

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