Monica Vitti, la diva con la pistola

0
1534
Monica Vitti, la diva con la pistola

“Mille volte Monica” è lo spettacolo andato in scena al Teatro Belli di Roma dal 24 al 29 marzo. Curato da Francesco Sala, da un’idea di Tina Vannini e Francesca Barbi Marinetti, il lavoro rende omaggio alla vita e alla carriera di Monica Vitti, a 25 anni dal suo ultimo film.

LO SPETTACOLO – Il personale omaggio del Margutta RistorArte, storico ristotrante vegetariano votato da sempre alla promozione di eventi culturali e dei giovani artisti, ad una delle più eclettiche, poliedriche artiste del nostro cinema e teatro, attraverso una carrellata di monologhi interpretati da Ottavia Bianchi e Ketty Roselli, attrici e cantanti, comiche e drammatiche, che ben rappresentano le due facce di Monica Vitti.

Quasi un’ora e mezzo di spettacolo, tra recitazione e canto, ricchissimi di riferimenti ai film e alla vita della grande attrice romana dalle origini siciliane. Esilaranti i monologhi di “Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca” e “Teresa la ladra”, ma bellissimi anche i siparietti comprensivi di coreografia, come quello dedicato a “Polvere di stelle”. Ma durante la serata sono stati ricordati anche i grandi Alberto Sordi e Aldo Fabrizi, che tante volte hanno avuto a che fare con Monica. E poi video, interviste e aneddoti sulla sua vita. Al termine applausi e commozione per un’attrice che è ancora presente nei cuori di tutti.

LA CARRIERA – È nel 1990 infatti che Monica Vitti scrive, dirige e interpreta Scandalo segreto. L’esordio alla regia coincide con il commiato dal grande schermo, sigillo di un percorso all’insegna di un linguaggio cinematografico nuovo.

Nonostante la sua formazione perfettamente teatrale, l’attrice trova la sua forma artistica ideale nel cinema in radicale trasformazione degli anni ’60. La sua voce roca che veniva giudicata inadatta al palcoscenico, il suo volto che era considerato sbagliato per la macchina da presa, la sua silhouette lontanissima dal modello della maggiorata che predominava negli anni ’50, il suo abbigliamento fatto di giacche, maglioni, pantaloni, tacchi bassi, nel decennio successivo diventano un simbolo dell’uscita dal Neorealismo. Una vita di ruoli senza mezze misure: donne fragilissime o fortissime (o entrambe le cose). Un cinema sempre introspettivo, anche quando è commedia. Non a caso i suoi registi simbolo sono Michelangelo Antonioni (saranno legati a lungo anche nella vita privata) e Mario Monicelli, due autori votati al cambiamento, sia pure in generi diversi.

Arriva all’appuntamento con il successo senza ascoltare nessuno, tirando dritto su tutte le sue convinzioni. Rifiuta di modificare la chioma bionda che si è scelta; esclude categoricamente un intervento a quel naso che convince tanto poco i produttori (“Alla fine abbiamo vinto noi, io e il mio naso”, dirà anni dopo). Accetta un solo consiglio, in teatro: cambiarsi il nome. Maria Luisa Ceciarelli sui cartelloni figura male, le dicono. Ovviamente il nome nuovo lo sceglie da sola. Le piace Monica, Vitti arriva dal cognome della madre, Vittiglia.

Nasce a Roma il 3 novembre 1931. Da adolescente passa spesso davanti all’Accademia d’Arte Drammatica di Silvio D’Amico, in Piazza della Croce Rossa, e rimane rapita dall’ambiente che spia dalle finestre:

“Dal cancello vedevo gesticolare, urlare, ridere, piangere. Vedevo rifare, esagerando, la vita. E volevo far parte di quei pazzi felici rinchiusi nella villa, fuori dalla quotidianità”

racconterà nella sua biografia scritta da Laura Delli Colli, riassumendo in due righe la sua intera filosofia artistica.

Respinta la prima volta, viene ammessa l’anno successivo, nel 1951. Ma gli esami clinici sono impietosi. Le sue corde vocali non possono reggere alle fatiche del teatro, sentenzia un dottore. In un misto di bluff, rabbia e sapienza drammaturgica, la ragazza avverte che in quel caso scenderà immediatamente in strada a buttarsi sotto una macchina. Il certificato medico negativo viene cestinato.

Entra nel ’53 nella compagnia di Sergio Tofano, che per primo intuisce il suo talento comico. Non rientra nei canoni femminili del momento, dunque il cinema importante le è precluso. Entra dalla porta di servizio, con piccole parti non accreditate ma soprattutto come doppiatrice. Sia Antonioni che Monicelli utilizzano, prima del suo volto, la sua voce, rispettivamente ne Il grido e I soliti ignoti.

Con Antonioni il primo ruolo significativo: L’avventura (1960) e, nei due anni successivi, La notte e L’eclisse. Monica Vitti, che ha scelto la recitazione per soddisfare un bisogno inesauribile di comunicazione e di empatia, diventa il simbolo dell’incomunicabilità e dell’alienazione.

Con Il deserto rosso, prima opera a colori del regista ferrarese, è ormai il volto delle paure e dell’angoscia dell’Italia del Boom. Trasformata in star, Franco Zeffirelli decide di riportare la sua potenza drammatica sul palcoscenico, dandole il ruolo di Marilyn Monroe nel dramma Dopo la caduta di Arthur Miller, sulla vita e la morte della diva di Los Angeles, al fianco di Giorgio Albertazzi.

Nel 1964, un altro incontro artistico fondamentale, quello con Alberto Sordi, ne Il disco volante, storia di un atterraggio alieno in una retriva e poco accogliente cittadina del nord Italia. Feroce satira di costume diretta da un Tinto Brass ancora lontano dalle scelte che lo emargineranno dal cinema che conta.

Come sempre, non permette a niente e nessuno di cambiare le sue abitudini. Continua a vivere nel suo attico nei pressi del Foro Italico, con il pavimento disseminato di libri e copioni. Per paura dell’aereo, rinuncia senza pensarci due volte a importanti contratti all’estero. Ma nel 1966 si lascia convincere ad arrivare fino a Londra per interpretare Modesty Blaise – La bellissima che uccide, tratto dal fumetto di Peter O’ Donnell su una ladra passata dalla parte della legge. Alla regia c’è Joseph Losey, celebre autore americano rifugiato in Inghilterra per sfuggire al maccartismo. Il film non può dirsi riuscitissimo ma Monica Vitti ha così l’occasione di cimentarsi, dopo molte figure fragili e problematiche, con un personaggio ultra-emancipato, sia pure fumettistico.

È ancora l’emancipazione il tema di fondo della commedia più importante della sua filmografia, che Monicelli le fa interpretare nel 1968, al fianco di uno dei più sottostimati attori italiani: Carlo Giuffrè. Ironia della sorte, per La ragazza con la pistola, l’attrice deve tornare a Londra. Assunta Patanè, giovane siciliana, viene disonorata. Non avendo uomini in casa, la madre le ordina di salvaguardare l’onore della famiglia uccidendo personalmente il seduttore, fuggito oltremanica. A contatto con uno stile di vita lontano anni luce dall’arcaico ambiente di provenienza, la ragazza beneficia di una radicale trasformazione. E l’immaginario femminile del nostro cinema si modernizza in un attimo.

Nel 1969 è una moglie confusa e incapace di gestire la libertà conquistata dalle donne in Amore mio aiutami, dedicato a uno dei temi favoriti dell’Alberto Sordi regista: la crisi della famiglia dopo la rivoluzione sessuale. Il grosso della carriera di attrice brillante, più che nella commedia all’italiana, si svolge nella fase della commedia di costume anni ’70-‘80. Non smette mai di rendere omaggio alle sue origini teatrali, con Ninì Tirabusciò, La donna che inventò la mossa (1970) ambientato nel mondo dell’avanspettacolo inizio ‘900, e con Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi, amarcord sulla rivista anni ‘40. Lavora con Steno, Risi, Salce, Scola, Zampa. Nel 1974 Luis Buñuel la vuole a tutti i costi per una partecipazione straordinaria ne Il fantasma della libertà. Negli anni ’80 il cerchio di una parabola straordinaria inizia a compiersi. Ancora Antonioni, con Il mistero di Oberwald (1981), ancora tempeste coniugali con Sordi in Io so che tu sai che io so (1982).

Gli anni del ritiro, segnati purtroppo da seri problemi di salute, sono vissuti con discrezione al riparo dagli obiettivi. Orgogliosamente disordinata, non ha mai tenuto sparsi per casa gli innumerevoli premi vinti: rischierebbero di cristallizzare nel passato una vita vissuta pensando continuamente al futuro, in cerca di rinnovamento artistico e personale:

“Ho pochi ricordi. O forse, non ho memoria”.

LASCIA UN COMMENTO