Alessandro Baricco e “La sposa giovane”

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di Matteo Finco

Alessandro Baricco pubblica con La Feltrinelli il suo ultimo libro: La sposa giovane.

Alessandro Baricco molto probabilmente è lo scrittore italiano più odiato, nonostante rimanga allo stesso tempo molto amato e ogni suo libro si piazzi in testa alle classifiche di vendita per parecchie settimane. Sorvolando sulle ragioni non letterarie di tanto astio, anche leggendo il suo ultimo romanzo, appena uscito, La sposa giovane, è evidente una cosa che chi adora Alessandro Baricco sa già bene: lo stile non è solo stile, non è solamente un linguaggio, una forma di espressione, un’atmosfera in cui calare il lettore, una patina, una copertina, una confezione, qualcosa separato dal contenuto, dalla sostanza. Sarà così per altri scrittori. Per Baricco no: le frasi lunghe, le subordinate, gli aggettivi accostati con cura ai nomi, i termini desueti e quelli che forse si farebbe fatica a rintracciare nel vocabolario, non sono “ferri del mestiere”, strumenti per esprimersi, espedienti per costruire una musicalità di maniera. Invece sono l’essenza stessa del racconto, l’unico modo per dar vita ad una narrazione che scorre fluida, cullando il lettore, immergendolo lievemente nelle vite di personaggi – la maggior parte delle volte, in fondo, si tratta di gente abbastanza comune, non eroi – costruiti in maniera “impressionista”, con tratti essenziali, ma che li caratterizzano fino in fondo, portando chi legge, anche qui, ad amarli o odiarli già dalle prime pagine. Ma appunto, non si tratta solo di uno “stile”. Ad esempio:

Alessandro Baricco pubblica con La Feltrinelli il suo ultimo libro: La sposa giovane.“Vede, qui si è propensi a credere che l’infelicità sia uno spreco di tempo e quindi una forma di lusso che per ancora un certo numero di anni nessuno si potrà permettere. Forse un domani. Ma, per adesso, a nessuna circostanza della vita, per quanto penosa, è concesso di rubare agli animi qualcosa di più di un momentaneo smarrimento. L’infelicità ruba tempo alla gioia, e nella gioia si costruisce prosperità.” (pagine 27 e 28)

Righe come queste o si amano o si odiano: o si tacciano di buonismo, si bollano come frasi ad effetto, come espressione di banale senso comune. Scelta legittima, e forse non priva di senso. Oppure si amano, perché sono capaci di esprimere mondi e visioni, e racchiudere in poche parole speranze, timori e debolezze profondamente umane, che possono colpire la sensibilità emotiva con una certa efficacia.

Il resto conta meno: alla fine la storia in sé può non essere memorabile, certi passaggi si possono considerare forse un po’ trascurati, una certa insistenza sul sesso giudicata senza ragione. Ma si conclude la lettura con l’impressione di aver fatto un breve viaggio immersi in un mondo un po’ fuori dal tempo, poco “realista”, fatto di sensazioni più che di fatti, di impressioni più che azioni. Se ne esce con l’aria un po’ trasognata, come al risveglio, dopo un sogno che magari si scorderà in pochi minuti, ma le cui immagini ancora galleggiano, confusamente, in testa.

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