15 Aprile, accadde oggi: muore Totò

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Il 15 aprile 1967 si spegne a Roma, l’attore napoletano Antonio De Curtis, conosciuto al grande pubblico con il nome di Totò.

96 film per il grande schermo e 9 per la tv in trent’anni di carriera cinematografica. Quasi sempre girati in fretta e furia, accettando qualsiasi copione, per soddisfare un continuo bisogno soldi. Soldi che servono a portare avanti le cause giudiziarie, tutte vinte, avviate per dimostrare di avere origini nobili e di essere l’ultimo erede al trono di Bisanzio, ma anche per continue, incessanti, silenziose opere di beneficienza ai poveri di Napoli, oppure per distribuire grosse elemosine ai mendicanti, o ancora per mantenere un canile con 300 cani acquistato per scongiurarne la chiusura. Totò si ritiene per tutta la vita destinato al dimenticatoio e che della sua opera non rimarrà traccia. Quelle pellicole alimentari girate con pochi mezzi invece lo collocano tra i grandi della comicità mondiale e lo fanno consacrare, da una critica praticamente unanime, come il più grande attore italiano. Affiancato da spalle memorabili come Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Mario Castellani, arriva a realizzare anche dodici film in un anno.

La critica che lo elogia è solo postuma naturalmente, perché, in vita, il “Principe della risata” Antonio De Curtis viene ferocemente avversato, i suoi film pieni di improvvisazioni, allusioni politiche, doppi sensi, attrici spesso poco vestite come in uno spettacolo di rivista, sono considerati qualunquisti, beceri e immorali. Incredibile a dirsi oggi, spesso riservati dalla censura ai soli adulti o addirittura ad “adulti con riserva”.

Nasce a Napoli il 15 febbraio 1898, figlio di una lavandaia poverissima, Anna Clemente. Viene registrato all’anagrafe con il cognome della madre. Solo in età adulta sarà riconosciuto dal padre naturale, il Marchese Giuseppe De Curtis. Da adolescente un pugno involontario di un insegnante gli lascia quella faccia storta che farà la sua fortuna. Inizia ad esibirsi nei teatri d’avanspettacolo come spalla del celebre comico Gustavo De Marco. Nel 1922 si trasferisce a Roma. Inizialmente viene scritturato nella scalcinata Compagnia teatrale Capece. Nel 1928 il salto di qualità: passa alla Sala Umberto di Roma con la Compagnia di riviste di Isa Bluette, scritturato da Achille Maresca. Sulla tradizionale macchietta napoletana, Totò innesta una vena surreale che lo rende immediatamente il comico più innovativo del momento.

Debutta al cinema nel 1937 con Fermo con le mani e, per i successivi trent’anni, accompagna con la sua comicità i cambiamenti della società italiana. Una comicità sempre paradossale e ai limiti dell’assurdo, eppure caratterizzata da uno sguardo caustico e attento sulla realtà. Molti suoi film bersagliano le storture e le ingiustizie del dopoguerra, come Siamo uomini o caporali?, Totò e Carolina, Dov’è la libertà? Oppure puntano il dito contro l’arroganza della burocrazia, come in Totò e i Re di Roma, o contro il trasformismo politico, come Destinazione Piovarolo o Gli onorevoli. La sua comicità non si appanna neppure quando, a metà degli anni ’50, sopraggiungono gravi problemi di vista. In scena o davanti alla macchina da presa, il Principe continua a scatenarsi quanto e più di prima.

Totò se ne va alle tre del mattino di sabato 15 aprile 1967, per un attacco di cuore, nella sua casa romana in Via dei Monti Parioli 4, dove vive con la compagna Franca Faldini. I funerali a Napoli sono impressionanti, con una folla stimata di 250mila persone e la città completamente ferma, con ogni attività sospesa per lutto. Non solo. Il funerale dovrà anche avere un “bis”: è stato celebrato alla Chiesa del Carmine, mentre Totò è nato al rione Sanità. Viene ripetuto nel quartiere giusto, con un feretro vuoto e la stessa folla incontenibile. L’impatto dirompente del “fenomeno Totò” sulla cultura di massa del secondo ‘900 è iniziato

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