Cannes: vent’anni fa, L’odio

Il 28 maggio 1995 La haine di Mathieu Kassovitz vince il Premio per la miglior regia a Cannes. Il cinema entra nelle banlieues

“Anche se ci sono brave persone anche tra gli agenti e sporchi bastardi tra i giovani, L’odio è contro la polizia, vorrei che fosse recepito così”. Non le manda certo a dire il 28enne Kassovitz nel presentare l’opera che lo farà proclamare miglior regista al Festival di Cannes 1995. Per la Francia è un periodo cruciale. Nelle periferie le tensioni sono sempre più frequenti. Il mondo inizia a conoscere il termine banlieue, ossia le grandi cinture urbane ai margini delle Cannes: vent’anni fa, L’odiometropoli, abitate non solo da cittadini di origine africana e magrebina, dove il malcontento verso le istituzioni della Quinta Repubblica si fa sentire e gli scontri con la polizia si susseguono. Lo stesso giorno di apertura del Festival si insedia all’Eliseo Jacques Chirac, che avrà verso la pellicola un atteggiamento di scaltra apertura. Il soggetto de L’odio (La haine, nella versione originale) nasce dopo la morte di Makomé M’Bowolé, 17enne originario dello Zaire, ucciso in un commissariato di Parigi, il 6 aprile 1993.

La storia inizia dopo una notte di scontri con la polizia (i “PS”) nei dintorni della capitale; il tg spiega che un ragazzo è in fin di vita. Tre giovani disoccupati di periferia, l’ebreo Vinz (Vincent Cassel), il nero Hubert (Hubert Koundé) e l’arabo Saïd (Saïd Taghmaoui) trascorrono la loro solita giornata tra nullafacenza e piccoli reati. Ma Vinz, il più rabbioso, ha trovato la pistola di un poliziotto e, se il ferito dovesse morire, è intenzionato a pareggiare i conti.

I tre, in attesa dell’alba e di un treno per tornare a casa, stazionano davanti alle vetrine di un centro commerciale. Nei televisori accesi vedono la notizia che segna il loro destino. Come Wilder, Siegel o Romero, Kassovitz fa passare la discesa agli inferi dei suoi personaggi attraverso i mass media.

Il film sigilla quella svolta per il cinema mondiale che si verifica esattamente tra due Festival di Cannes, a metà degli anni ‘90. Dodici mesi prima, nel 1994, è stato Quentin Tarantino a salire sul palco per ritirare la Palma d’oro a Pulp Fiction, mostrando il dito medio ai numerosi contestatori. Per L’odio, il premier Alain Juppé organizza una proiezione speciale per gli agenti di polizia, che voltano le spalle allo schermo in segno di protesta. Anche se il punto di partenza è dichiaratamente di denuncia verso le violenze delle forze dell’ordine, il regista non cade mai però nel manicheismo e tantomeno dimostra accondiscendenza totale verso i contestatori: sa descrivere poliziotti onesti, così come ragazzi di periferia stanchi di fare la guerra e desiderosi di riscatto sociale. Due opere seconde (Tarantino ha già fatto Le iene, Kassovitz Métisse) quindi, entrambe molto contestate.

Naturalmente il film francese ha una carica politica estranea a Tarantino, interessato solo al gioco enciclopedico della citazione e del rimescolamento dei generi. Ma le due opere hanno tratti comuni. Cannes: vent’anni fa, L’odioEntrambe stravolgono le proprie coordinate di partenza. Tarantino osserva gli ambienti criminali “ad altezza d’uomo”, mostrando gangster di basso livello, pedinandoli anche quando sono “fuori servizio”, mostrandone anche il lato “umano”, con evidente ironia.

Kassovitz, in un ambiente diverso, fa la stessa cosa: descrive la giornata di tre emarginati, che non sono nati né criminali né rivoltosi. Li vediamo attraverso il loro rituale quotidiano fatto di frustrazioni, delusioni, ozio più o meno forzato, screzi con i flic, ricerca di redenzione. Non c’è più la ribellione individuale dei personaggi della Nouvelle Vague. Vinz, Hubert, Saïd sono, nel senso etimologico del termine, dei “banditi”, che vivono una perenne e stabile incompatibilità con le leggi di una società che sentono estranea (e che si comporta come tale). E la sorte di un ragazzo sdraiato in un letto di ospedale può essere la scintilla nella polveriera. Il regista si getta nella mischia in prima persona, riservandosi il ruolo di uno skinhead che i tre fanno prigioniero nel corso delle loro scorribande verso un’alba impossibile.

Tarantino si diverte a puntare i riflettori sui misconosciuti (allora) generi anni ’70, sul poliziottesco italiano, il cinema black o quello di kung fu. Nelle banlieues invece, gli unici punti di riferimento ad arrivare sono gli anti-eroi del grande cinema d’oltreoceano: da qui la celebre scena di Cassel davanti allo specchio che imita il De Niro di Taxi Driver, il cartellone pubblicitario che rimanda a Scarface, il cocainomane “Asterix” che rifà la roulette russa de Il cacciatore.

Cannes: vent’anni fa, L’odioEntrambi gli autori scelgono un uso distonico della colonna sonora (un film che si intitola L’odio si apre con le note pacifiste di Bob Marley) ed entrambi elaborano una modifica dei tempi cinematografici che farà abbondantemente scuola. Agendo come sul telecomando di un videoregistratore (siamo negli anni ’90, non dimentichiamolo), tutti e due alternano momenti frenetici a lunghe pause a base di discussioni pseudo-filosofiche. Ma mentre Tarantino ama il gioco della scomposizione e del rimescolamento cronologico, Kassovitz impronta il film a una linearità inesorabile, scandita dal ticchettio di un orologio (che però è digitale, dunque il rumore non può essere che di una bomba), che sospinge i suoi personaggi verso la deflagrazione finale.

L’odio rimane comunque un film senza eredi. Che il suo punto di vista sia giusto o sbagliato, Kassovitz non ritroverà mai più quel coraggio, contenutistico e stilistico, perdendosi completamente per strada. Non ci resta che osservarlo, attoniti, nei cast di Asterix e Obelix – Missione Cleopatra e Il favoloso mondo di Amélie.

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Testata registrata al Tribunale di Roma in data 5/04/2016 | Fatto con da TechSoup