I bravi ragazzi di Martin Scorsese

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I bravi ragazzi di Martin Scorsese

È uscita il 10 giugno l’edizione blu-ray di Quei bravi ragazzi di Scorsese. Così la Warner festeggia i 25 anni del capolavoro del regista newyorkese.

Goodfellas è una sinfonia di temi scorsesiani. De Niro, Liotta, Sorvino, Bracco strepitosi, con un Joe Pesci da Oscar

“La prima volta che vidi la giustizia americana al lavoro fu ne La parola ai giurati, il film di Sidney Lumet. E ringrazio il prete che ce lo proiettò in 16 mm nello scantinato della parrocchia. Fu come vedere dei marziani”.

Martin Scorsese non lo ha mai nascosto. Nascere nella Little Italy degli anni ’40 significa crescere in un luogo senza legge, dove si impara a scherzare col fuoco e a conviverci. Un quartiere dove i bambini giocano e schiamazzano in mezzo alla strada, a pochi metri dai bar dove i gangsters, i Goodfellas, ridono e discutono di baseball e di boxe, fanno scommesse e possono puntarsi una pistola in faccia da un momento all’altro. Significa essere mandati dalle mamme a fare la spesa nei negozi di proprietà della malavita, vedere in giro poliziotti che prendono mazzette e rischiare seriamente di restare affascinati da quei “bravi ragazzi” in Cadillac che fanno quello che vogliono e che sono “qualcuno in un quartiere pieno di gente che non è nessuno”. E di voler essere dei loro.

i bravi ragazzi di ScorseseNella Little Italy in cui Scorsese nasce, il 17 novembre 1942, ogni regione italiana ha la sua strada. C’è quella dove abitano i siciliani (come i suoi genitori), quella dei campani, dei calabresi ecc. E ogni singolo paese ha il suo palazzo. Nel cuore del Nuovo mondo, i futuri ventenni dell’era Kennedy possono sviluppare un senso dell’appartenenza e delle radici inestirpabile che, in un attimo, può diventare appartenenza criminale e di clan. Il tutto cementato da un calendario religioso di feste, processioni, messe che possono diventare un formidabile strumento di controllo territoriale e di “gestione del consenso”. Lo racconta in modo esemplare la saga coppoliana de Il Padrino, ma è anche il giovane Martin a mostrarlo nei suoi primi film Chi sta bussando alla mia porta? e, soprattutto Mean Streets, realizzati insieme all’amico Harvey Keitel, che gli presenterà Robert De Niro. La promiscuità tra bene e male, il potere visto sempre negativamente, la città come oggetto di conquista di “tribù” in conflitto tra loro, le radici sporche di sangue, le ossessioni religiose, la colpa, il tradimento, la guerra per bande. Fin da subito tutto questo diventa la chiave di volta del cinema dell’ex-allievo di Roger Corman.

Nel 1989, il 47enne Scorsese non ha nessuna intenzione di fare un altro noir. Ha speso tutto il decennio precedente cercando di affrancarsi dal genere che gli ha dato la gloria. A Chicago, mentre sta girando Il colore dei soldi, legge un articolo su un libro intitolato Wiseguys (cioè Malavitosi, in Italia il titolo sarà Il delitto paga bene), scritto dal giornalista Nicholas Pileggi. È la vera storia di un gangster italo-irlandese di basso rango, Henry Hill, e dei suoi trent’anni di vita al servizio di una grande famiglia mafiosa. Alla quale, non essendo italiano, non potrà mai sperare di essere affiliato. Scorsese è colpito da un elemento: per la prima volta il libro non descrive tanto i criminali e il loro “lavoro”, quanto il loro ambiente, la loro vita quotidiana.

Goodfellas, questo il titolo originale, inizia a bordo di una macchina costretta a fermarsi. Non per un guasto ma perché nel bagagliaio c’è un uomo massacrato che si agita in una pozza scorsesedi sangue. Scorsese non ci mostra mai i suoi personaggi mentre compiono spettacolari imprese criminali. Li vediamo nella loro veste di impiegati della mala, mentre smistano droga o bruciano locali. Quando non “lavorano”, i “bravi ragazzi” amano spassarsela, divertirsi, giocare a carte, Ma quando meno te lo aspetti, qualcuno può venire fatto fuori. Gli omicidi commessi nel film sono tutti per futili motivi o quasi.

Ray Liotta è il protagonista Henry Hill, che cerca sempre di mandare avanti gli altri, in tutto il film non uccide nessuno, aggredisce solo i più deboli e partecipa solo a rapine super-sicure. Suo padre, irlandese, è stato mandato a lavorare a 11 anni. Henry sposerà Karen (Lorraine Bracco), ragazza di buona famiglia che ci metterà poco ad acquisire lo stile di vita del marito.

Robert De Niro è il mentore di Hill, Jimmy Conway, che ne diventa immediatamente una seconda figura paterna. Irlandese anche lui, a 11 anni è stato per la prima volta in riformatorio. Mette su una banda al servizio del boss Paul Cicero (Paul Sorvino). Jimmy Conway è anche il nome del sindacalista che diventa sempre meno onesto, interpretato da Treat Williams in C’era una volta in America.

Joe Pesci vince l’Oscar per la sua interpretazione di Tommy De Vito. Violento e psicotico, è il suo personaggio a illustrare la reale natura del mondo dei “bravi ragazzi”. Sono sue tutte le scene cult del film, da “Che ci trovi di tanto buffoscorsese in me?”, che molti veri malavitosi definiranno come estremamente realistica e indicativa del loro mondo – un attimo prima sei a ridere e scherzare, un attimo dopo potresti finire male – , all’omicidio dell’”intoccabile” Billy Batts, alla partita a poker, in cui uccide senza motivo il barista Spider (la futura star de I Soprano Michael Imperioli).

Uscito nelle sale americane il 19 settembre 1990, Quei bravi ragazzi incassa 47 milioni di dollari e costituisce il secondo capitolo di una trilogia ideale che Scorsese ha aperto nel ’73 con Mean Streets e che chiuderà nel 1995 con Casinò. Il film dribbla abilmente tutti gli stereotipi del genere gangsteristico e smitizza definitivamente la figura del bandito “romantico” alla Bogart o alla Cagney che era stata costruita dal cinema classico. Se esiste qualcuno che non l’ha visto, si affretti.

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